Parlare l’italiano con stile: le nuove linee guida dell’Accademia della Crusca

Il linguaggio non è qualcosa di statico, immobile nel tempo e sempre uguale a se stesso. È uno strumento vivo, in continua metamorfosi, che cambia insieme al mondo in cui ci troviamo e comunichiamo.

Il linguaggio non è qualcosa di statico, immobile nel tempo e sempre uguale a se stesso. È uno strumento vivo, in continua metamorfosi, che cambia insieme al mondo in cui ci troviamo e comunichiamo.

Proprio come si evolve l’uomo e la società, infatti, così il linguaggio si modifica e si arricchisce di nuove parole, nuove sensibilità e abitudini linguistiche, che entrano progressivamente nell’uso.

Parlare con stile significa scegliere le parole con cura: a tal proposito le indicazioni dell’Accademia della Crusca, la più antica e prestigiosa istituzione che sovrintende al corretto uso della lingua italiana, assumono un ruolo determinante.

Non si tratta di importare ogni moda linguistica,  ma di scegliere parole corrette, rispettose e comprensibili senza complicare o appesantire la comunicazione, e di innovare la lingua senza perderne l’intrinseca bellezza.

Il femminile per professioni che erano un tempo una prerogativa maschile

L’Accademia della Crusca, interpellata sull’argomento dal Comitato Pari Opportunità della Corte di Cassazione, esprime una posizione chiara sulla necessità di utilizzare forme linguistiche rispettose della parità di genere, soprattutto nella redazione di atti ufficiali o giudiziari.

Uno dei temi più discussi degli ultimi anni riguarda il linguaggio inclusivo e, in particolare, l’uso del femminile per indicare incarichi, professioni e ruoli istituzionali.

Quando una carica o una professione è ricoperta da una donna, è corretto usare il femminile, come in:

  • la presidente
  • la magistrata
  • la pubblica ministera

Si tratta di parole che possono apparire insolite a chi è abituato a usare sempre il maschile, e che fino a quando non ci saremo abituati, ci sembreranno un po’ stonate.

Eppure, rispondono a una logica grammaticale precisa: la lingua italiana, che con la finale in -a indica il genere femminile, può impiegarlo correttamente anche per ruoli autorevoli, istituzionali o professionali.

Se invece la parola termina in -e, cambierà solo l’articolo:

  • il giudice, la giudice.

Il maschile plurale resta una forma inclusiva

Se da un lato la Crusca invita a usare il femminile quando ci si riferisce a una donna, dall’altro esclude alcune soluzioni di recente diffusione.

Sconsigliate perché ridondanti, retoriche e, aggiungo, un po’ ridicole, forme come “i cittadini e le cittadine”, “i bambini e le bambine”, “gli studenti e le studentesse” sono da evitare. Se dico “bambini”, sottintendo entrami i sessi.

L’uso dell’asterisco, come in “tutt*” e l’mpiego dello schwa, come in “tuttə” sono piuttosto antipatici.

Secondo la Crusca, soprattutto nel linguaggio giuridico e istituzionale, è fondamentale mantenere uniformità, chiarezza e comprensibilità. Per questo motivo, il maschile plurale continua a essere considerato la forma più adatta quando ci si riferisce a gruppi misti o generici. Con la consapevolezza che questa forma è stata scelta per “includere” e non per “prevaricare”.

In altre parole, espressioni come “i cittadini”, “i lavoratori” o “gli studenti” si riferiscono ancora a insiemi composti da persone di generi diversi.

“Il linguaggio giuridico non è sede adatta per sperimentazioni innovative minoritarie che porterebbero alla disomogenenità e all’idioletto”, sostiene la Crusca.

Perché schwa e asterischi non convincono

Uno dei passaggi più significativi riguarda lo schwa, il simbolo “ə” proposto da alcuni come soluzione grafica per superare la distinzione tra maschile e femminile. È un suono che non esiste nella nostra lingua e per dirlo, dovremmo ricorrere a fonemi anglosassoni, come l’obliqua e imprecisa “a” di about o taken, la cui pronuncia, tra l’altro, varia da zona a zona.

Come spiega efficacemente la Crusca, non ha senso utilizzare un segno grafico che non ha un corrispettivo stabile nella pronuncia dell’italiano, lingua prima di tutto parlata, non solo scritta.

Lo stesso vale per l’asterisco. Forme come “tutt*” possono funzionare in contesti informali o militanti, ma risultano poco adatte a testi ufficiali, giornalistici o professionali, dove la leggibilità deve restare prioritaria.

Evitare gli articoli prima del cognome

Un’altra presa di posizione significativa riguarda l’uso dell’articolo davanti ai cognomi, tipico del linguaggio giornalistico, politico e, più raramente, utilizzato in storia e letteratura:

  • la Brignone, la Compagnoni
  • la Merkel
  • l’opera del Manzoni

La Crusca invita a superare questa abitudine. Anche se l’articolo davanti al cognome non nasce necessariamente con intento discriminatorio, il suo uso è percepito da molti come asimmetrico, perché viene applicato più spesso alle donne che agli uomini.

Parlare di atlete, politiche o letterate senza aggiungere alcun articolo rende il riferimento più neutro, e coerente con l’uso riservato ai cognomi maschili.

È una piccola scelta stilistica, ma contribuisce a un linguaggio più equilibrato.

 

 

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