Il fatto storico conosciuto come falò delle vanità avvenne a Firenze alla fine del Quattrocento, quando il frate domenicano Girolamo Savonarola, castigatore di costumi, ordinò di sequestrare e bruciare pubblicamente tutti gli oggetti peccaminosi come specchi, vestiti lussuosi, cosmetici, testi profani e libri considerati immorali.
È la provocazione di Tom Wolfe, che da quell’evento sceglie il titolo per il suo maestoso romanzo. Forse “Il falò delle vanità” sarebbe stato esso stesso un libro da bruciare, ai tempi del severo frate predicatore, per il racconto dell’opulenta ricchezza, dell’ambizione, della lussuria e del vizio… ma soprattutto costituisce la denuncia e messa al rogo di una società che ha perso i suoi valori e rincorre il potere e il piacere effimeri.
Un giovane broker di Wall Street, Sherman McCoy, è il protagonista di questa storia.
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Quante volte nel libro si ripete il suo nome! Sherman, accorciato in Sherm, storpiato in Shahman: quasi non c’è pagina del libro in cui non venga nominato.
Sherman McCoy comincia la sua epopea come “Padrone dell’Universo” – così lui stesso si definisce pieno di orgoglio – e termina povero, derubato da avvocati senza scrupoli e accusato da esponenti delle istituzioni che ne fanno l’agnello sacrificabile di una battaglia politica.
Anche se si può contestare che il vero ”agnello” è Henry Lamb (cognome quanto mai adatto al ruolo), il ragazzo investito dalla macchina di McCoy che prima avverte solo un dolore al polso, poi finisce in coma e infine muore, è speculare nel suo martirio alla caduta, allo sprofondamento e infine alla completa rovina di Sherman McCoy.
La trama è piuttosto semplice:
un magnate di Wall Street, una notte nella sua Mercedes di lusso insieme alla sua amante, sbaglia strada e si ritrova nel Bronx. Avvicinato da due uomini di colore, teme di essere rapinato e dopo essere sceso dalla macchina per spostare uno pneumatico che gli è stato lanciato contro, lascia la guida alla compagna che nella manovra di retromarcia colpisce uno dei ragazzi. Non è lui, dunque, a investire il ragazzo nero, che non era un delinquente ma si trovava nel posto sbagliato in compagnia della persona sbagliata, esattamente come McCoy.
È la donna, Maria, al volante, eppure non è lei che la pubblica accusa vuole sacrificare.
Nonostante McCoy riuscirà a dimostrare la sua innocenza, resterà l’obiettivo di una giustizia fatta di sotterfugi e alleanze, che non insegue la verità e non esita a usare una persona come strumento per i propri fini: l’ascesa politica, il potere e persino un’abietta, meschina vanità.
Sul frontespizio, la dedica di Wolfe è per due persone reali: l’avvocato Eddie Hayes, che rappresenta nel libro Killian, il difensore di McCoy, e il procuratore e poi giudice della Corte Suprema del Bronx Burt Roberts, modello per il burbero e temuto Kovitsky.
“L’autore si leva il cappello e dedica questo libro all’avvocato Eddie Hayes che camminò tra le fiamme attirando l’attenzione sulle luci livide. E desidera esprimere la sua profonda gratitudine al procuratore distrettuale Burt Roberts che, per primo, indicò la via”.
Forse si tratta delle uniche due persone che Wolfe escluderebbe dal “falò delle vanità”.
Certo non avrebbe scampo lo spregevole Kramer, prepotente con i deboli e servile con i capi, che ostenta i muscoli sterno-cleidomastoidei mentre interroga gli imputati e guarda le donne che non può avere con occhi che sembrano “due fessure oscene”.
Non salverebbe Maria Ruskin, la bellissima senz’anima, che sposa un vecchio milionario, si circonda di amanti e non esita a tradirli quando le cose si mettono male.

Né l’uomo politico Abe Weiss, che manda in prigione un innocente per ingraziarsi l’elettorato nero al solo scopo di diventare sindaco di New York; o il reverendo Bacon, che predica a favore dei suoi fratelli neri, ma che non ha intenzione di restituire centinaia di migliaia di dollari di denaro pubblico.
E in fondo, a malincuore, l’autore non salva neanche Sherman McCoy, incatenato alla ricchezza di Wall Street, all’alta società e al potere, tanto da condurre per anni una vita che solo alla fine ricorda di non aver mai desiderato veramente.
L’autore:
Tom Wolfe, vero nome Thomas Kennerly Wolfe Jr., nato in Virginia nel 1930, è stato uno scrittore e giornalista americano, attivo fino al 2016.
Esponente del New Journalism, un tipo di giornalismo che utilizza tencihe letterarie e che i sostenitori considerano degno di essere considerato “letteratura”, era il prototipo del gentiluomo del Sud: sempre vestito di bianco, eccentrico e a suo modo elegante.
Fin dagli esordi lavorò come giornalista in testate di rilevanza nazionale (come The Washington Post). Negli anni Venti viaggiò per l’Europa, dove incontrò Aline Bernstein, una donna sposta di quasi vent’anni più grande di lui, con la quale visse un amore intenso e turbolento.
Fu coinvolto in una rissa all’Octoberfest, che lo costrinse al ricovero in ospedale.
Tornò in Germania, dove si sentiva a casa, per le Olimpiadi del 1936, ma trovò il paese oppresso dal nazismo, come descrisse in Have a Thing to Tell You.
Scrittore spesso considderato prolisso, i suoi editori si prendevano la libertà di tagliare i suoi romanzi, arrivando inevitabilmente alla rottura con l’autore.
Wolfe era appassionato di lotte di classe e ne parlò nei suoi scritti e romanzi; fu lui a coniare il termine “radical chic”, sottolineando la contraddizione che sta alla base del comportamento di quei ricchi che sorseggiano vino e mangiano tartine servite su vassoi d’argento, mentre chiacchierano con rivoluzionari che vogliono sovvertire lo stesso sistema capitalistico che ha pagato per i privilegi di cui godono.
Oltre a Il falò delle vanità, opera uscita nel 1987, Wolfe ha scritto saggi, reportage e altri romanzi come Un uomo vero e Il fiume e il tempo.
Recensioni dal web:
“Con questo mattone potrete costruirvi un mondo immaginario iper-realistico (…), entrerete nei lussuosi palazzi che sovrastano Central Park, nella New York degli anni ’80 di Wall Street e Park Avenue (…), nel ghetto del Bronx dove gli afro-americani e i sudamericani dominano la scena che una volta era degl’irlandesi e degl’italiani.
Potrete percorrere le strade annusando gli odori, vi sentirete dentro al mondo della giustizia Usa, nei meccanismi contorti delle indagini, nelle aule di tribunale. Sarete in mezzo una semi-rivolta dei neri controllata e indirizzata dal mondo falso e opportunista della comunicazione giornalistica. Vi appassionerete delle vicende di Sherman McCoy, rampante broker di una grossa finanziaria che viene trascinato in un vortice pericolosissimo di (…) mala-giustizia dove tutti hanno colpe, nessuno si salva” (DeBaser)
“Celebrato a ragione come uno dei romanzi che meglio riescono a fotografare la patinata ed edonistica avidità degli anni ’80 (…), questo enorme affresco newyorchese brulica di personaggi ambigui e loffi, portatori di egoismi e velleità turbinanti in un calderone di indifferenza, insincera pruderie e ambizione smodata. Fra le maschere che popolano Il falò delle vanità, attizzato da una penna ora ironica ora paternalistica, nessuna riesce a fuggire il proprio annientamento morale e Sherman McCoy, vacuo protagonista colpevole di aver contribuito alla morte di un ragazzo del Bronx, è solo la punta di un iceberg destinato a sciogliersi” (Mangialibri)
“Tom Wolfe, maestro di giornalismo, ci fa comprendere tutto ciò che si nasconde dietro ai meccanismi dell’informazione spettacolo, nostro pasto quotidiano. E come questa si intrecci con la politica, con i personaggi mondani, con i loro interessi, con i centri del potere e con la gente comune. Ci mostra come nasce la notizia, con quale cinismo a volte viene messa insieme e portata avanti, quanta difficoltà ha il dubbio a insinuarsi nella mente e nell’odio comune che nasce nelle strade fomentato da chi dovrebbe difendere, portare ragione, assicurare giustizia. (…) A chi appartiene la vanità che brucia in questo romanzo? Certo, quella di Sherman McCoy che credeva di poter fare di tutto solo perché poteva permettersi di comprare tutto (…) E con questo fuoco si mescola la vanità di poliziotti, politici in vista di elezioni, uomini di chiesa, arredatori e arrivisti, giornalisti, avvocati… e anche quando sappiamo dei loro successi, siamo consapevoli che questo è stato solo il romanzo di Sherman McCoy e che potrebbe seguire il loro, e magari iniziare da un premio Pulitzer vinto grazie a una storia falsificata” (Critica Letteraria)
Nella foto di apertura, Tom Hanks nel ruolo di Sherman McCoy nel film “Il falò delle vanità” di Brian De Palma
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