La poesia di Amanda Gorman (testo e traduzione) alla Celebrazione di Inaugurazione del Presidente Biden

The Hill We Climb è il testo che Amanda Gorman ha composto e recitato alla Celebrazione di Inaugurazione del Presidente Biden sotto la cupola del Campidoglio di Washington, il 20 gennaio 2021.

The Hill We Climb è il testo che Amanda Gorman ha composto e recitato alla Celebrazione di Inaugurazione del Presidente Biden sotto la cupola del Campidoglio di Washington, il 20 gennaio 2021.

Oggi gli americani commentano: “Mi ha fatto venire i brividi! Ha rubato lo show! Ha messo in ombra tutti gli altri!”
Gli altri erano Jennifer Lopez, che ha cantato This Land is Your Land di Woody Guthrie, e Lady Gaga, che ha cantato l’inno americano, entrambe tra la commozione e l’ammirazione del pubblico.

Amanda Gorman, poetessa 22enne nominata “National Youth Poet Laureate” nel 2017 e laureata in Sociologia nel 2020 alla Harvard University, ha invece composto una poesia in cui ha fatto riferimento agli ultimi avvenimenti di cronaca, ha affermato che la democrazia può essere periodicamente rinviata, ma mai sconfitta. Ha parlato della responsabilità verso i figli, a cui lasciare un Paese migliore di quello è stato ereditato e per i quali non abbandonarsi all’inerzia e all’inazione, perché gli errori che ne conseguirebbero diventerebbero un carico per le nuove generazioni.

Questa è dunque la collina da scalare: riparare gli errori del passato con coraggio e con la fede nella democrazia, che si conquista non con la “lama”, ma con i “ponti” tra le diverse culture, colori, caratteri e condizioni umane.

Qui sotto, la mia traduzione  di The Hill We Climb e il testo originale.

La collina che scaliamo

Quando arriva il giorno, ci chiediamo dove possiamo trovare una luce in quest’ombra senza fine?
Le perdite che portiamo sulle spalle, un mare che dobbiamo guadare.
Abbiamo sfidato la pancia della bestia.
Abbiamo imparato che la quiete non è sempre pace,
che le norme e le nozioni di quel “è così” non sempre sono giustizia.
Eppure, l’alba è nostra da prima ancora che ce ne accorgessimo.
In qualche modo ce l’abbiamo fatta.
In qualche modo abbiamo resistito e siamo stati testimoni di una nazione che non è spezzata,
ma semplicemente incompiuta.
Noi, gli eredi di un Paese e di un’epoca in cui una ragazza magra afroamericana, discendente di schiavi e cresciuta da una madre single, può sognare di diventare presidente, e ritrovarsi poi a recitare all’insediamento di un altro.

Ed è vero, siamo lontani dall’essere puliti, incontaminati,
ma ciò non significa che ci stiamo impegnando per formare un’unione che sia perfetta.
Ci stiamo sforzando di plasmare un’unione con degli obiettivi.
Di formare un Paese impegnato a difendere tutte le culture, i colori, i caratteri e le condizioni dell’uomo.
E così alziamo lo sguardo non verso ciò che ci divide, ma ciò che abbiamo davanti.
Colmiamo il divario perché sappiamo che, per poter mettere il nostro futuro al primo posto, dobbiamo prima mettere da parte le nostre differenze.
Lasciamo cadere le braccia così da poterci raggiungere uno con l’altro.
Non cerchiamo il male per nessuno, ma armonia per tutti.
Lasciamo che il mondo, se non altri, ci dica che è vero:
Che persino nel lutto, siamo cresciuti.
Che persino nel dolore, abbiamo sperato.
Che anche nella stanchezza, abbiamo provato.
Che saremo legati per sempre, vittoriosi.
Non perché non conosceremo più sconfitta, ma perché non avremo mai più seminato divisione.

Le Scritture ci raccontano la visione che ognuno potrà sedere sotto la propria vite e il proprio albero di fico e non avere più paura.
Se vogliamo essere padroni del nostro tempo, non dovremo cercare la vittoria nella lama, ma nei ponti che avremo costruito.
Questa è la promessa da percorrere, la collina da scalare, se ne avremo il coraggio.
Essere americani è più di un orgoglio che ereditiamo.
È il passato in cui entriamo e come lo ripariamo.
Abbiamo visto una forza che avrebbe spezzato il nostro Paese piuttosto che condividerlo.
Lo avrebbe distrutto, se avesse rinviato la democrazia.
Questo sforzo è quasi riuscito.
Ma se la democrazia può essere periodicamente rinviata,
essa non può mai essere permanentemente sconfitta.
In questa verità, in questa fede, noi crediamo,
perché mentre abbiamo i nostri occhi rivolti al futuro, la storia ha i suoi occhi su di noi.
Questa è l’era della redenzione.
Ne abbiamo avuto paura all’inizio.
Non ci sentivamo pronti a essere gli eredi di un momento così orribile,
ma dentro questo orrore, abbiamo trovato la forza di scrivere un nuovo capitolo, di offrire speranza e gioia a noi stessi.
Così come ci siamo chiesti: “Come possiamo avere la meglio sulla catastrofe?”, ora ci chiediamo: “Come avrebbe potuto la catastrofe avere la meglio su di noi?”.

Non marceremo indietro verso ciò che è stato, ma ci muoveremo verso quello che sarà:
un Paese ferito, ma integro, benevolo ma audace, fiero e libero.
Non saremo rivoltati o interrotti da alcuna intimidazione, perché sappiamo che la nostra inazione e inerzia diverrebbero l’eredità per la prossima generazione.
I nostri errori diventerebbero i loro carichi.
Ma una cosa è certa:
Se useremo la misericordia insieme al potere, e il potere insieme al diritto, allora l’amore diventerà il nostro lascito, e il cambiamento un diritto di nascita per i nostri figli.

Perciò, fateci consegnare un Paese che sia migliore di quello che ci è stato dato.
Con ogni respiro del mio petto coperto di bronzo, trasformeremo questo mondo ferito in un luogo meraviglioso.
Risorgeremo dalle colline dorate dell’Ovest.
Risorgeremo dal Nord-Est spazzato dal vento, in cui i nostri antenati per primi fecero la rivoluzione.
Risorgeremo dalle città circondate dai laghi, negli stati del Midwest.
Risorgeremo dal Sud cotto dal sole.
Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo.
In ogni nicchia conosciuta della nostra nazione, in ogni angolo chiamato Paese,
La nostra gente, diversa e bella, si farà avanti, maltrattata e bella.
Quando il giorno arriverà, faremo un passo fuori dall’ombra, in fiamme e senza paura.
Una nuova alba sboccerà, mentre noi la renderemo libera.
Perché c’è sempre luce,
se siamo abbastanza audaci da vederla.
Se siamo abbastanza audaci da essere noi stessi luce.

Testo originale:

Amanda Gorman, foto da un suo post su Instagram

The Hill We Climb
By Amanda Gorman

When day comes, we ask ourselves where can we find light in this never-ending shade?
The loss we carry, a sea we must wade.
We’ve braved the belly of the beast.
We’ve learned that quiet isn’t always peace,
and the norms and notions of what “just is” isn’t always justice.
And yet, the dawn is ours before we knew it.
Somehow we do it.
Somehow we’ve weathered and witnessed a nation that isn’t broken,
but simply unfinished.
We, the successors of a country and a time where a skinny Black girl descended from slaves and raised by a single mother can dream of becoming president, only to find herself reciting for one.

And yes, we are far from polished, far from pristine,
but that doesn’t mean we are striving to form a union that is perfect.
We are striving to forge our union with purpose.
To compose a country committed to all cultures, colors, characters, and conditions of man.
And so we lift our gazes not to what stands between us, but what stands before us.
We close the divide because we know, to put our future first, we must first put our differences aside.
We lay down our arms so we can reach out our arms to one another.
We seek harm to none and harmony for all.
Let the globe, if nothing else, say this is true:
That even as we grieved, we grew.
That even as we hurt, we hoped.
That even as we tired, we tried.
That we’ll forever be tied together, victorious.
Not because we will never again know defeat, but because we will never again sow division.

Scripture tells us to envision that everyone shall sit under their own vine and fig tree and no one shall make them afraid.
If we’re to live up to our own time, then victory won’t lie in the blade, but in all the bridges we’ve made.
That is the promise to glade, the hill we climb, if only we dare.
It’s because being American is more than a pride we inherit.
It’s the past we step into and how we repair it.
We’ve seen a force that would shatter our nation rather than share it.
Would destroy our country if it meant delaying democracy.
This effort very nearly succeeded.
But while democracy can be periodically delayed,
it can never be permanently defeated.
In this truth, in this faith, we trust,
for while we have our eyes on the future, history has its eyes on us.
This is the era of just redemption.
We feared it at its inception.
We did not feel prepared to be the heirs of such a terrifying hour,
but within it, we found the power to author a new chapter, to offer hope and laughter to ourselves.
So while once we asked, ‘How could we possibly prevail over catastrophe?’ now we assert, ‘How could catastrophe possibly prevail over us?’

We will not march back to what was, but move to what shall be:
A country that is bruised but whole, benevolent but bold, fierce and free.
We will not be turned around or interrupted by intimidation because we know our inaction and inertia will be the inheritance of the next generation.
Our blunders become their burdens.
But one thing is certain:
If we merge mercy with might, and might with right, then love becomes our legacy and change, our children’s birthright.

So let us leave behind a country better than the one we were left.
With every breath from my bronze-pounded chest, we will raise this wounded world into a wondrous one.
We will rise from the golden hills of the west.
We will rise from the wind-swept north-east where our forefathers first realized revolution.
We will rise from the lake-rimmed cities of the midwestern states.
We will rise from the sun-baked south.
We will rebuild, reconcile, and recover.
In every known nook of our nation, in every corner called our country,
our people, diverse and beautiful, will emerge, battered and beautiful.
When day comes, we step out of the shade, aflame and unafraid.
The new dawn blooms as we free it.
For there is always light,
if only we’re brave enough to see it.
If only we’re brave enough to be it.

 

Foto di apertura: The Guardian, dove è disponibile anche il video.