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L’importanza del lato umano ai tempi del Coronavirus

Quando i partigiani cantavano “Bella ciao”, c’era la guerra. Quando il suo autore sconosciuto la scrisse, era presumibilmente il 1943. La speranza è propria dei tempi più bui.

Ai tempi del Covid-19, nella nuova accezione di vicinanza, è diventata comune l’espressione:
“Distanti ma uniti”.
“Mit Abstand nah”, l’ho trovato scritto anche in tedesco, perché tutto il mondo è paese, le persone sono uguali dappertutto.
Ma non è la stessa cosa la “vicinanza a distanza”, c’è poco da fare.

Nei giorni incredibili che stiamo vivendo manca il contatto umano, diventato quanto di più lontano dalla nostra quotidianità; manca il sorriso – coperto dalle mascherine – e gli occhi non brillano abbastanza da comunicare l’empatia.

C’è chi dice che da questi mesi usciremo migliori: avremo avuto il tempo di riflettere su cosa conta davvero nella vita, sull’essenziale.

Purtroppo però il tempo non c’era prima, e oggi meno che mai.

I genitori a casa, privati di una baby sitter, di un asilo, di un aiuto esterno nelle faccende domestiche, che cercano di lavorare da casa, in “smart working” (sì, in effetti bisogna essere molto “smart” per far quadrare tutto) mentre fanno la lavatrice, aiutano i bimbi nei compiti o li fanno giocare preparando da mangiare a pranzo e cena in mancanza del solito bar della pausa pranzo e ramazzando più di prima perché le case abitate 24h/7 si sporcano di più… queste madri e padri di famiglia insomma, non è che abbiano più tempo di prima.

E quindi… diventeremo migliori? Riusciremo a ripristinare i valori di un’umanità perduta?

 

È un periodo d’innegabile difficoltà per tutti, tocca a ognuno di noi decidere cosa vogliamo diventare durante e dopo questa quarantena.

Quello che ho letto fino adesso, dalla rabbia alla ricerca a tutti i costi di un colpevole – i cinesi, i meridionali che tornano al Sud, i jogger che vanno a correre, le mamme che vogliono portare i figli al parco o gli accumulatori che svuotano i supermercati e fanno incetta di carta igienica e farina – non lascia ben sperare.

Ieri ho ricevuto una telefonata in cui una voce che si è presentata non come una persona, ma come lo “studio del Professor N.”, mi informava che la visita oculistica di mio figlio era stata annullata per la seconda volta e rimandata a data da destinarsi.
La voce al telefono era talmente distaccata e monotona che ho pensato fosse un messaggio registrato.
Solo quando ha detto “Pronto?” per assicurarsi che avessi sentito, ho risposto.
Quando le ho confidato che ero preoccupata perché non so se la vista del mio bambino sia migliorata o peggiorata, che magari stiamo usando occhiali sbagliati, mi ha comunicato, sempre con la stessa voce robotica e con un malcelato accenno di insofferenza, che il reparto è chiuso e quindi se ne sentivo il bisogno potevo andare al Pronto Soccorso.

Allora ho capito che la tipa al telefono era ancora lontana dal recuperare i valori di un’umanità perduta.

Eppure, nonostante tutto, dovremmo restare umani.

Non esiste ancora un vaccino in grado di uccidere questo male, ma abbiamo ancora l’umana comprensione.

Quella che ci permette di guardare con indulgenza non solo ai bambini che appaiono nelle video call alle spalle dei genitori in smart working, ma anche quella che ci fa chiudere un occhio su un errore fatto in un periodo che non permette il massimo delle prestazioni, quella che ci fa sorridere e abbracciare da lontano – anziché condannare con superiorità – chi disegna arcobaleni e canta sui balconi.

Quando i partigiani cantavano “Bella ciao”, c’era la guerra.

Quando il suo autore sconosciuto la scrisse, era presumibilmente il 1943. La speranza è propria dei tempi più bui.

Ieri ho organizzato una videochiamata per il mio bambino di 4 anni, che aveva voglia di vedere un suo amichetto della scuola materna.
La prima cosa che si sono detti, dopo essersi salutati, è stata:
“In questo periodo stiamo facendo una vita difficile”.

Certo, lo avranno anche sentito dire in casa dai genitori, ma lo hanno interiorizzato, è una cosa che provano in prima persona.

Per i bambini questo è davvero un periodo difficile.

Loro non hanno le valvole di sfogo degli adulti: non hanno il caffè per tirarsi su, l’alcol, le sigarette. Non sanno ancora leggere, quindi non possono distrarsi con un romanzo. I libri di favole che hanno a casa, li sanno a memoria. Non possono confrontarsi al telefono tra di loro, a parte rare eccezioni che comunque non possono gestire e decidere in autonomia. La loro distanza dagli altri, in questo momento, è totale. Gli altri bambini, i loro amici, sono praticamente scomparsi dalla loro vita.

Per i bambini il contatto fisico e visivo è più importante che per noi adulti, perché il linguaggio non è sviluppato al punto tale da sostituire la condivisione di un gioco.
Mostrare i propri giocattoli, tirarsi una palla, toccarsi, darsi una spinta o un abbraccio.
Non possono andare all’aria aperta, stare al sole, che è fondamentale per la loro crescita e perché non si ammalino. Non sono liberi. Noi genitori cerchiamo di compensare la mancanza con dosi massicce di amore, e questo è tutto quello che possiamo fare.

Quando i bambini soffrono, il problema non riguarda solo i loro genitori. L’intera società è messa in causa, e dovrebbe studiare misure affinché i bambini, anche in una situazione di emergenza, stiano il meglio possibile.

Il fatto che i prodotti di cartoleria, i libri, gli albi illustrati, i giochi, i pochi surrogati di felicità che possiamo dare ai nostri figli non siano stati considerati prodotti essenziali è terribile.

 

Nel delirio di onniscienza e psicosi che ha scatenato la reclusione, c’è stato persino chi ha scritto che la quarantena avrebbe fatto bene, perché avrebbe dato delle “regole” ai bambini di oggi, che sono viziati e hanno troppo e fanno quello che vogliono perché non ricevono mai un “no”.

Io credo che se alcuni genitori hanno bisogno del Coronavirus per dire un no al proprio bambino, allora il problema è loro, non del figlio.

Io non vedo l’ora che questa emergenza finisca per potergli dire di nuovo Sì.

Sì, puoi dare la mano a quel bambino.

Sì, puoi saltare nella pozzanghera, 

Sì, puoi toccare il muretto.

Sì, puoi succhiare i petali di un fiore e suonare un filo d’erba con le labbra, proprio come facevo io alla tua età.