Intervista a Valerio Zito, il cantautore nato con la “doppia camicia”

Fin da adolescente, Valerio Zito, classe 1983, è sempre stato fissato con le camicie, così quando si è ritrovato gli armadi pieni, ha cominciato a indossarle una sull’altra.
 

Fin da adolescente, Valerio Zito, classe 1983, è sempre stato fissato con le camicie, così quando si è ritrovato gli armadi pieni, ha cominciato a indossarle una sull’altra.

“Almeno nella stagione autunno-inverno”, precisa Valerio Zito, abbottonandosene una accostata all’altra in modo decisamente originale.

Questa è la prima cosa che salta all’occhio guardando Valerio che canta sul palco. L’artista lucano, che da parecchi anni lavora tra Milano e Potenza, è autore di tutti i testi delle sue canzoni, di gran parte della musica e collabora con i musicisti del gruppo agli arrangiamenti.
Il suo progetto musicale inizia nel 2007 con la frequentazione del CET di Mogol, dove entra in contatto con il pianista Angelo Trabace (Dimartino, Le luci della centrale elettrica), con lo stesso Antonio Di Martino e con la conterranea Rosalba Pippa (alias Arisa).
La sua dimestichezza con le parole (a Milano lavora come copywriter) trova espressione in titoli estremamente creativi che sembrano inchini di fronte alla forza delle parole: con il primo EP dichiara Nomi, cose, chissà (2011), il secondo lavoro di inediti ci riporta nel suo mondo stiloso con Live 7 camicie (2013).

Il 2016 è la volta di Davanzali, singolo che l’autore definisce una “advertisong”, trattandosi di una canzone promossa come fosse un vero brand attraverso operazioni social mirate e uno speciale videospot dedicato. Il brano, arrangiato e mixato da Antonio Filippelli presso “L’isola” di Milano, anticipa un sound pop/rock che rimane però fedele all’origine cantautorale del progetto. L’evoluzione continua con L’amore sui tetti (2017), inno alla propositività ispirato dalle visioni del pittore Marc Chagall. La sperimentazione e l’inserimento della componente elettropop negli ultimi due singoli trovano naturale compimento nell’identità attuale del progetto, raggiunta anche grazie al supporto dei due poli strumentisti Donato Gerardi e Michele Boni.
L’ultimo lavoro è il singolo Abraccadrà, espressione che Zito raccomanda di usare per far sì che accada con certezza qualcosa di fortemente desiderato:

“Abraccadrà non è un semplice neologismo ma una interpretazione dell’antico rituale dell’abracadabra, trasformato in risoluzione definitiva. Se tutte le parole hanno un potere, Abraccadrà non è da meno: pronunciandola si aprono porte, si sbloccano lucchetti, si viaggia nel tempo. La sfida e l’obiettivo: creare un nuovo linguaggio utilizzando un vocabolario personale ma immediato”.

Il brano è “pop, fresco, intimo, avvolto in una leggera malinconia” e la sua scrittura “esaltata da un tappeto di suoni elettropop, tra passato anni 80 e contemporaneità” (MTV).
Abbraccadrà vede la produzione artistica di Ivan Rossi (già al lavoro con Dente, Levante, The Giornalisti, FASK, Ex Otago, Giovanni Truppi, Le Vibrazioni). Hanno partecipato alla composizione il pianista Angelo Trabace e i musicisti Donato Gerardi (batterie) e Michele Boni (chitarre).

A proposito di Abraccadrà, cosa accadrà a Valerio Zito in questo nuovo anno (e nuovo decennio) appena cominciato?

Spesso si inizia un nuovo anno abbandonando qualcosa, io l’ho fatto con il mio nome per quanto riguarda il progetto musicale che da gennaio si è trasformato da “Valerio Zito” ad un più immediato e sintetico “Zito”.
Ho dunque lasciato andare “una parte di me” che è anche il titolo del prossimo singolo, in uscita a marzo.
Poi finalmente tornerò in studio di registrazione assieme a Don Ger e Michele Boni per realizzare un nuovo ep di inediti.
L’obiettivo è passare dallo studio allo stadio.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento del mondo musicale?

In generale, nella musica come in ogni forma di comunicazione, ho sempre apprezzato il valore della spontaneità, affiancato alla necessità di evolversi e alla capacità di riuscire ad esaltare un determinato valore aggiunto.
Quando questo accade il successo è reale, autentico, inevitabile.
Mi curo spesso con grandi dosi di ottimismo, anche per questo mi piace ritrovare nella musica una sfumatura propositiva come avviene ad esempio in molte canzoni di quel “jovanotto” di Lorenzo Cherubini, o attraverso l’ironia e il realismo di Dario Brunori (Brunori Sas) o nella poetica di Vinicio Capossela, Franco Battiato, Lucio Dalla, il primo Vasco Rossi, tanto per citarne alcuni.
Se poi andiamo oltre confine ci vuole un’intervista a parte!

E in quello letterario? Per un paroliere come te, la domanda non è staccata dal contesto.

Anche qui spazio molto ma continuo a guardare con profonda ammirazione i grandi classici di Calvino e Baricco, o i “trattati” di Galimberti e Gabriel Garcia Marquez.
L’ultimo libro che ho vissuto è “La straniera” di Claudia Durastanti.
Nell’anno appena trascorso ho alternato periodi di letture intense a fasi in cui sceglievo volutamente il distacco dai libri per poi tornarci con più voglia e maggiore curiosità. Accade così per ogni mia abitudine. Nel frattempo ho una valida scusa per ricercare nuove fonti che alimentino la mia creatività.

Nella tua musica, cosa porti della tua regione?

Molti ricordi straordinari di una infanzia “da paese” e di una adolescenza bucolica serenissima.
Un po’ di aria buona dei boschi potentini, odore di camini nei vicoli dei paesi, la forza e il coraggio di chi ha voluto o è dovuto restare.

Il luogo e il momento preferito per creare.

Qualche hanno fa chiesi ai miei genitori di aiutarmi ad acquistare un van che mi sarebbe poi tornato utile anche per le varie tournè da nord a sud Italia.
In realtà è diventato da subito il mio laboratorio mobile.
Quando sono a Milano per svariate ragioni soffro molto l’assenza di una “privacy domestica”. Così salgo a bordo di quest’auto dall’abitacolo spazioso e vetri oscurati, raggiungo un luogo X non lontano dalla città ma abbastanza isolato, parcheggio, mi sposto sui sedili posteriori e inizio a lavorare con penna, chitarra, pc, smartphone e qualsiasi supporto possa tornarmi utile. Quando torno in Basilicasa faccio lo stesso avventurandomi per campagne ozone costiere.
Ad ogni modo era John Lennon che diceva: “l’ispirazione nasce al confine tra il lavorare sodo e la pigrizia”?
Nulla di più vero.

Qual è il tuo strumento preferito? Quello che suoni, quello che rende al meglio i tuoi pezzi o quello il cui suono ti colpisce maggiormente?

La penna, inevitabilmente.
Poi la chitarra, ovviamente.
Mi piace molto il suono della tromba e i fiati in generale, e sono sempre stato incuriosito da strumenti più antichi come l’oboe o il clavicembalo.

Quale importanza ricoprono i videoclip per le tue canzoni?

Il video attualmente è il mezzo più adatto ed efficace per comunicare nel mondo digitale e sulle piattaforme social.
Parlando di videoclip musicale, credo sia inutile e anacronistico pensare di ragionare con gli stessi parametri di inizio anni 80/ inizio duemila.
La scorsa estate il singolo “Abraccadrà” è entrato direttamente nella programmazione di MTV per un mese intero grazie ad un video davvero ben fatto e sono stato contentissimo e soddisfatto.
Tuttavia adesso le mie intenzioni sono differenti: oggi se penso al video in funzione di una mia canzone, visualizzo un prospetto di infinite soluzioni: una video performance, una web series musicale, un flash mob, un’operazione di video guerrilla marketing.
Credo che la precauzione più importante sia quella di evitare di adottare soluzioni estetiche fini a se stesse e prive di un concetto creativo in linea con il pubblico a cui ci si rivolge.

A quale dei tuoi pezzi sei più legato?

Al primo, scritto a 15 anni.
Ma anche a quello che sto per ultimare.

Prossimi appuntamenti/concerti?

Per adesso saremo ospiti di due rassegne molto importanti: il 23 febbraio al Pending Lips Festival di Milano, presso il Circolo Ohibò e il 7 marzo a Torino per la Notte Rossa Barbera (uno spin off del più noto Premio Buscaglione).

Domanda di rito per gli ospiti di Viviconstile: che cos’è per te lo stile?

Anche qui vale lo stesso discorso: conta molto la spontaneità, la naturalezza e la veridicità.
Tornando alla mia mania della “doppiacamicia”, non lo faccio per stravaganza fine a se stessa, nè per egocentrismo.
Il tutto è nato da una reale esigenza.
Ho sempre avuto armadi pieni di svariati modelli di camicie e così spesso mi trovavo a perdere più tempo del previsto per scegliere quale camicia indossare.
Il guaio è che non so scegliere e così, nel dubbio, un giorno ho deciso di indossarne una sull’altra, abbottonandole tra loro con un mio metodo.
Poi ho sviluppato il tutto e qualche mese fa mi hanno inviato la foto di un musicista già “affermato” (amico di amici in comune) posare con una doppia camicia.
Diciamo che le idee sono nell’aria e il vento se ne approfitta.
Ad ogni modo credo che lo stile sia prevedere certi costumi, interpretare le mode ed inventarne di nuove.