“L’ora dannata” di Carlos Amorales

Dal 2 aprile all’8 luglio, la Fondazione Adolfo Pini di Milano ospita la mostra “L’ora dannata” di Carlos Amorales e inaugura la Milano Art Week.

È la settimana più glamour dell’anno, quella che vede avvicendarsi la Milano Art Week, la Fiera dell’arte moderna e contemporanea, Miart, e il Salone del Mobile con annessi e connessi appuntamenti extra. Fino al 14 aprile Milano brulica di eventi più o meno modaioli, incontri, conferenze, esposizioni. Occasioni per orientarsi fra le ultime tendenze della scena artistica contemporanea e per riscoprire la città e i suoi luoghi storici che fanno da cornice a tanto fermento.

In questo caso il luogo storico è La Fondazione Adolfo Pini, in Corso Garibaldi al numero 2, l’occasione la personale dedicata all’artista messicano Carlos Amorales dal titolo “L’ora dannata”.

Arte contemporanea e anima antica della città si fondono per confondersi in una mostra dal forte impatto visivo, “incollata” al luogo che la ospita come non potesse farne a meno. Entrare per credere! Lo si capisce già dall’androne d’ingresso, invaso da un nugolo di farfalle di carta, filo conduttore che guida  fin dentro agli anfratti più reconditi dell’opera di questo artista messicano, già assai noto agli esperti del settore, e che ha voluto scegliere Milano e la Fondazione Adolfo Pini per la sua prima personale.

Farfalle sulle pareti, sui corrimano e sugli stipiti delle porte, farfalle che sfuggono dal camino in maiolica della bella sala d’ingresso di questo palazzo elegante di fine Ottocento. Nuvole apparentemente disordinate che seguono algoritmi precisi per simulare un casuale svolazzare che di casuale ha veramente poco, dato il lavoro certosino di un’equipe di grafici che, guidati dell’artista, si sono prodigati per oltre una settimana riuscendo mirabilmente a disseminare circa 15000 esemplari di farfalle di cartone in tutte le sale della Fondazione.

Black Cloud è il titolo di questa installazione ambientale, realizzata per la prima volta nel 2007, che si rinnova in ogni luogo in cui l’artista la ripropone, che si sa, le farfalle hanno vita breve ed effimera. E in questo caso sono anche tutte di carta e tutte nere.

Dimentichiamo le atmosfere messicane consegnateci da un immaginario collettivo forgiato da depliant e viaggi organizzati. Niente colori caldi, via gli ocra, i terra bruciata, i gialli e gli arancioni, nessun corteo di scheletri festanti a ricordarci allegri che la vita è fuggevole, ma una cifra stilistica decisamente in bianco e nero per Carlos Amorales. Dove il bianco è il fondo del foglio su cui l’artista traccia in nero il suo segno grafico potente e distintivo e lo declina attraverso tecniche differenti che spaziano dal disegno, alla scultura e infine al video. Ogni espressione artistica di Amorales tuttavia parla il linguaggio della sua terra, i contrasti che la caratterizzano, le tensioni che la agitano, i muri nuovi e antichi che la minacciano. Messaggi forti, che sublimati attraverso l’arte, diventano di tutti e in cui tutti possono riconoscersi. Buona esplorazione dunque!

Immergiamoci nel nucleo centrale della mostra che parte dal progetto Life in the Folds, con cui Carlos Amorales ha rappresentato il Messico alla 57° Biennale di Venezia. Il progetto gravita intorno all’opera The Cursed Village, che essenzialmente è un racconto simbolico: una famiglia, padre madre e figlio, va in cerca di un luogo in cui stabilirsi, ma arrivati nei pressi di un villaggio, trova solo ostilità e violenza e, tragicamente, soccombe. Imponente la scultura in lamiera galvanizzata che occupa interamente una delle stanze della Fondazione e che riproduce la scena con tutti i personaggi, le case del villaggio, il bosco che lo circonda.

Il nero del ferro screziato di spray bianco veste la scena di atmosfere notturne, bagliori lunari a illuminare dettagli nel fitto degli alberi, dai rami aguzzi, mentre tetre figure demoniache e poco rassicuranti avanzano verso i protagonisti con fare minaccioso. Una storia di violenza come tante, in un villaggio qualunque, in un qualunque posto del mondo.

Razzismo, xenofobia, muri di incomprensione, c’è tutta la cronaca attuale e di sempre e di ogni luogo. Gli stessi personaggi che popolano l’opera si stagliano anonimi su uno sfondo anonimo, nessun riferimento localizzatore, quasi nessuno spessore, come sagome ritagliate da un foglio di carta, lievi di una leggerezza che contrasta con la storia che racconta.

Un espediente tecnico che ha i sentori asiatici dell’arte dell’origami, cos’altro sono le farfalle nere che circondano il visitatore? Come origami partono da uno schema geometrico, da linee guida che determinano il loro senso.

Il segno grafico prevale e si fa mezzo di comunicazione potente. The Cursed Village ha anche uno storyboard, disegnato dall’artista per spiegare il racconto scena per scena. Diversi fascicoli sono a disposizione del visitatore e si possono sfogliare. Come un fumetto la storia si sviluppa anche sulla carta, ha una trama scritta, con una scrittura incomprensibile, fatta di segni corrispondenti a lettere di un codice da decifrare.

Le lettere di questo alfabeto sconosciuto ci diventano familiari osservando le scene che descrivono, sono segni che richiamano le linee di quelle sagome, sono parti dei loro corpi, sono grafismi su cui si fonda tutta l’opera del Maestro.

Stesse linee si ritrovano in una serie di elementi in ceramica, “Ocarinas”, strumenti a fiato che sembrano riprodurre le sagome del Villaggio e le lettere del misterioso Codice Amorales. Sono oggetti, levigati, belli da toccare si può immaginare, neri di smalto lucido e che producono suono, quindi vivi e vibranti.

Questi elementi diventano protagonisti della video installazione che riprende la storia del Villaggio con un corto di 13 minuti, rigorosamente in bianco e nero, in cui le scene sono accompagnate da un sottofondo di ocarine suonate dall’artista in persona, colonna sonora del dramma che si compie, mentre si intravedono mani che muovono i fili delle figure che si avvicendano scena dopo scena.

È l’abile burattinaio, artefice di un destino che sempre si compie imponendo la sua volontà e la sua idea di eterna ingiustizia, da cui l’uomo e l’artista cerca di fuggire smaterializzandosi come in un nugolo di farfalle che si sparpaglia in ogni direzione.

Marzia Petracca

 

Carlos Amorales

 

Immagini

1. Carlos Amorales, The Cursed Village, 2017, particolare

2 (immagine di apertura) e 3.: Carlos Amorales, Black Cloud, 2007 – 2019

4. Carlos Amorales, The Cursed Village, 2017,

5. Carlos Amorales, The Cursed Village, storyboard

6. Carlos Amorales, Ocarinas, 2017

7. Carlos Amorales