Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone

Appuntamento a Palazzo Reale di Milano dal 12 marzo al 23 giugno 2019, per capire l’arte al tempo di Napoleone. Vita artistica e politica in un periodo di grandi stravolgimenti, con il genio di Jean Auguste Dominique Ingres a guidare una carrellata di oltre 150 opere di artisti francesi e italiani accomunati da un nuovo sentire europeo.

È un concept assai complesso quello che guida l’esposizione appena inaugurata a Palazzo Reale di Milano, Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone, sia per la quantità delle opere esposte, oltre 150 di cui circa 60 a firma Ingres, che per il portato culturale di cui si fa carico. Il periodo storico in esame va dal 1770 al 1820, allorché si ridisegnano i confini politici dell’Europa, e Napoleone Bonaparte, l’imperatore conquistatore, è il protagonista indiscusso oltre che della vita politica anche di quella culturale e quindi artistica.

I fermenti della Rivoluzione sono di là da venire, ma già si agitano nuove convinzioni che scardinano nell’arte come nella vita le vecchie convenzioni. Il Neoclassicismo alimenta le tendenze artistiche dell’epoca, in Francia con Jacques Louis David e i suoi seguaci fra i quali Ingres è l’esponente più illustre, in Italia con Canova e Appiani a celebrare la grandeur di Napoleone, incoronato re d’Italia proprio a Milano il 12 giugno 1805.

La mostra promossa dal Comune di Milano che si avvale della preziosa collaborazione del Museo Ingres di Montauban, città natale dell’artista, esalta questo rapporto dualistico fra la Francia e la seconda capitale dell’Impero di Napoleone, Milano, che in quegli anni era al centro di un grande rinnovamento di immagine. Ingres, che ha trascorso diversi anni della sua vita in Italia, a studiare i padri del Rinascimento, primi fra tutti Raffaello e Leonardo, e che a Roma arriverà a dirigere Villa Medici, a Milano aveva soggiornato e lavorato, incrociando il suo destino con gli artisti locali.

Questi intrecci e influenze sono ben evidenziati nel percorso espositivo che parte dal Neoclassicismo di David e gli artisti della sua cerchia, per analizzare l’approccio non solo neoclassico di Ingres. Da subito si palesa l’intenzione della curatrice Florence Viguer–Dutheil: conquistare al Neoclassicismo un nuovo significato artistico, non solo arte imitativa dell’antico, ma preludio dell’età moderna, con tutte le sue tensioni interne e le contraddizioni, i contrappunti e i dualismi.

Ingres è neoclassico nel suo accademico approccio alla realtà, nel tratto deciso e preciso di chi il disegno lo domina con maestria, perché osserva e riproduce fedelmente ciò che vede. Ma mentre lo fa, travalica il significato accademico di imitazione, per andare a scandagliare nel profondo il soggetto riprodotto. Non è un caso che la prima sezione della mostra si apra con una riproduzione ad acquerello del Giuramento degli Orazii di David, manifesto del Neoclassicismo, trionfo di eroismo e aspirazione al classicismo più celebrativo, e con una carrellata di ritratti (qui di Ingres ammiriamo il Ritratto di Paul Lemoyne, lo Studio d’uomo di profilo) di artisti della cerchia di David in cui la fascinazione classica per lo studio del corpo si fa esplorazione dei moti dell’anima, l’altra faccia della medaglia dell’attenzione per la realtà e mezzo efficacissimo per esaltare un’idea rinnovata di uomo, l’“uomo nuovo” che il mito di Napoleone andava celebrando.

Nei ritratti sconfinamenti preromantici, atmosfere cupe e oniriche vanno a toccare le corde più vibranti di un’arte fortemente rivoluzionaria che vede farsi avanti anche un grande numero di pittrici e quindi di donne che in questo cambio di secolo così sconvolgente si misurano con l’arte come non era ancora accaduto. Una sala è dedicate alle donne pittrici dell’epoca, prima fra tutte Elisabeth Vigée Le Brun, ritrattista ufficiale della Regina Maria Antonietta.

L’indagine del soprannaturale e del fantastico, dei moti profondi dell’anima, non lascia indifferente Ingres, uno dei suoi capolavori esposti, il Sogno di Ossian, è la rappresentazione su tela del dualismo tipico dell’artista che ispirandosi al poema cavalleresco di McPherson, i cui riferimenti medievali e nordici avevano tanta eco presso gli intellettuali dell’epoca, qui rappresenta il confine fra i vivi e i morti, fra il sogno e la realtà in una contrapposizione che sarà per tutta la mostra la vera cifra che caratterizza l’opera dell’artista.

Ingres Jean-Auguste-Dominique (1780-1867). Paris, Musèe de l’Armèe. 4; Ea 89.1 ; INV 5420.

Il cuore della mostra è dedicato alla pittura celebrativa dell’imperatore Bonaparte e alla campagna d’Italia, il grande fulcro è il dipinto Napoleone I sul trono imperiale, realizzato da Ingres nel 1806. Icona glaciale e presenza ieratica, l’Imperatore è rappresentato come  monarca per discendenza divina, in posa classica, circondato dai simboli del potere, dipinto tacciato di freddezza dai critici del tempo, una freddezza, diremo oggi, che è autenticità. L’uomo e il potere si identificano, fortissimi accenti allegorici ne fanno un’immagine potente oltre ogni spazio e oltre ogni tempo. Preziosi disegni preparatori anticipano il dipinto, quasi a preparare il visitatore al risultato finale, con un sapiente allestimento che ne esalta l’importanza documentale. A fare da contraltare a questa sezione centrale, una sala dedicata alle opere di Andrea Appiani, qui in mostra con  le riproduzioni grafiche (acquaforte e bulino) del fregio che decorava la Sala da Ballo proprio di Palazzo Reale, con scene della vita di Napoleone e della prima Campagna d’Italia, realizzato nel 1807.

Il soggiorno milanese di Ingres è protagonista della sezione dedicata alla città meneghina, interessanti alcuni disegni dell’artista con scorci del Duomo, di Sant’Ambrogio e una prospettiva interna della chiesa di San Maurizio Maggiore (in corso Magenta), che testimoniano ancora una volta il talento di Ingres per  il disegno dal vero.

Talento che dà il più alto sfoggio di sé nella sala dedicata alle sue veneri e odalische. La grande odalisca del Louvre purtroppo non c’è, ma se ne può ammirare la versione in grisaille del Metropolitan Museum of Art di New York. Bella, di una bellezza emozionante, un’ossessione scabrosa che l’artista ha per il nudo, che va assai oltre lo studio dell’anatomia. E tuttavia l’ossessione di Ingres per il nudo è celebrata con dipinti e schizzi preparatori, con studi di parti anatomiche e dettagli così accurati da farci ricordare a tratti quel gran genio di Leonardo e i suoi Codici.

Del resto, la passione per i Maestri del Rinascimento italiano è vissuta da Ingres in ogni aspetto della sua formazione.

Per questo a conclusione del percorso stanno le sue opere dedicate a Raffaello, per il quale nutriva una morbosa passione da artista. La sua interpretazione dell’Autoritratto di Raffaello fa bella mostra di sé insieme a una delle su cinque versioni di Raffaello e la Fornarina.
Si conclude la rassegna con l’opera che ritrae La morte di Leonardo da Vinci, un’incursione dell’artista in quel genere di pittura di stile troubadour che caratterizza il suo ultimo periodo e che i curatori hanno scelto di proporre alla fine del percorso, come omaggio a Milano nell’anno in cui ricorre il cinquecentesimo anniversario della morte del celeberrimo toscano.

Marzia Petracca

 

Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867). “François Ier reçoit les derniers soupirs de Léonard de Vinci”. Huile sur toile, 1818. Musée des Beaux-Arts de la Ville de Paris, Petit-Palais.

Didascalie

Immagine in evidenza: Raphaël et la Fornarina, 1848, Columbus Museum of Art, Columbus Ohio

Autoportrait de Raphaël, 1820 – 1824, Musée Ingres Montauban

Le Songe d’Ossian, 1813, Musée Ingres Montauban

Napoléon I sur le trône impérial, 1806, Musée de l’Armée Invalides, Paris

Grande odalisque(version en grisaille) 1824 – 1834, The Metropolitan Museum of Art, New York

La Mort de Léonard de Vinci, 1818, Petit Palais, Musée des Beaux-Arts de la Ville de Paris, Paris