News Post 

Luci e ombre della comunicazione antiviolenza per la difesa della donna

L’hashtag  #nonènormalechesianormale ha caratterizzato la scorsa Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Non sono mancate le polemiche da parte di chi non ha voluto condividere l’hashtag, considerato “acchiappalike” o inutile.

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza, sollecitando i governi e le organizzazioni non governative a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica.

Una donna su tre in Italia è vittima di violenza e ogni tre giorni le cronache riportano notizie di nuovi femminicidi. Tanto che il rischio è che ci si abitui, che diventi “normale”. Da qui l’hashtag  #nonènormalechesianormale che ha caratterizzato l’ultima campagna antiviolenza, voluto dai deputati italiani e in particolare da Mara Carfagna, vicepresidente della Camera.

Le donne hanno accolto la richiesta di aiuto, i post sui social si sono moltiplicati, diverse testimonianze maschili si sono unite al coro, anche se in misura minore.

Non sono mancate, tuttavia, le polemiche da parte di chi non ha voluto offrire il proprio viso e non ha condiviso l’hashtag perché considerato “acchiappalike” o inutile.

È vero: un hashtag non modificherà la testa di un uomo violento, rendendolo inoffensivo.

È vero, le scarpe rosse sono un simbolo fin troppo glamour ed edulcorato delle donne che sono state uccise.

È vero, un vestito nero indossato a Hollywood non cambierà le cose e non farà diminuire neanche di un solo caso le statistiche dei femminicidi.

Ma tutte queste cose, i post, le immagini, i video, possono essere un punto di partenza per innescare un processo che volge al progresso. Non sarà l’uomo violento ad ascoltarci, ma le donne che subiscono violenza faranno una riflessione.

Il tratto rosso sotto l’occhio, che rappresenta un livido diventato simbolo di rivalsa e ribellione, è un’immagine che richiama parole, che parla alle coscienze unicamente di chi ce l’ha, una coscienza, ma può servire lo stesso.

Quella donna denuncerà.
Quel giudice infliggerà una pena più severa, e capirà che una minigonna o un perizoma non sono un’attenuante per la violenza sessuale.

È acchiappalike? Meglio così. Non temete di mettere un like se condividete un pensiero: i like mettono le ali a quel pensiero, a quel post, perché lo rendono visibile a un sempre maggior numero di persone, lo sapete tutti. Il like non cambierà l’immagine della persona che ha pubblicato un post contro la violenza sulla donna, non la arricchirà, ma sarà una goccia di benzina nel veicolo a motore che trasporta le persone verso un mondo più giusto.

 

Un’immagine, una scritta, il testo di una canzone, un segno rosso sotto l’occhio. Un lungo e complesso articolo di giornale che spiega le cause, riporta i numeri, sancisce iniziative e le rende operative.

Ognuno scelga il suo mezzo di veicolazione della propria indignazione contro la violenza nei confronti della donna.
Perché se una scarpetta rossa non fa nulla, e un hashtag non può cambiare il mondo, il ricordo è uno dei modi che abbiamo perché le ingiustizie non si ripetano.

Dire che è inutile, significa arrendersi senza provarci.
Dire che è acchiappalike significa non rinunciare, neanche in una occasione come questa, al cinismo.

Si può fare del bene, invece.
Unite, se ne può fare di più.

 

Le uniche campagne che non possono essere accettate sono quelle – ce ne sono state – che fanno ironia sulla questione finendo per mettere in ridicolo la donna che ha subito violenza.

“Se mi ammazzi, poi chi picchi?” diceva una propaganda dello scorso anno, che poi è stata giustamente rimossa.

La battaglia contro il sessismo e ogni forma di violenza sulle donne non è una cosa da fare scherzandoci sopra, né accettando e facendo proprio un linguaggio sminuente e offensivo.

Lo si fa innanzi tutto facendo squadra.
Smettiamola di etichettare le altre donne se si vestono diversamente da noi, frequentano posti diversi o fanno scelte di vita diversa.

Non sarà un vestito nero indossato dalle dive di Hollywood a far cambiare l’atteggiamento o far cessare gli abusi nei confronti della donna.
Ma forse lo farà il costante, instancabile, dire la nostra, attaccare il sessismo, lottare contro la discriminazione di genere, difendere la donna, sempre.

È ovvio che non basta una campagna.
Bisogna fare di più. Leggi, supporti, sportelli di ascolto, cambiare la mentalità delle persone.

E questo, non lo si fa restando zitte.