Klimt Milano, Fregio di Beethoven

Klimt. Alle origini di un mito – riflessioni sulla mostra di Milano

È la volta di Gustav Klimt al Palazzo Reale di Milano, dove sono esposte al pubblico 20 opere del pittore austriaco provenienti, per la maggior parte, dal Museo Belvedere di Vienna.

È la volta di Gustav Klimt al Palazzo Reale di Milano, dove sono esposte al pubblico 20 opere del pittore austriaco provenienti, per la maggior parte, dal Museo Belvedere di Vienna.

Il percorso, attraverso alcuni dei suoi capolavori , è supportato dalla sapiente curatela di Alfred Weidinger, esperto klimtiano e vice direttore del Belvedere.
La mostra su Gustav Klimt è uno di quegli eventi da non perdere. Non fosse altro che per la fama legata ad alcuni aspetti della sua poetica artistica, ormai consolidati nell’immaginario, che fanno del pittore austriaco, fra i massimi esponenti dell’Art Nouveau, uno degli artisti più citati del nostro tempo. I suoi capolavori, i suoi motivi decorativi sono declinati ovunque, hanno intriso tanta parte del design e della produzione industriale moderna. Merchandising di ogni tipo e natura, poster, tazze, segnalibri, tappezzerie riproducono il suo segno grafico, le sue linee eleganti, le sue donne sinuose ed enigmatiche. Val la pena dunque di andare all’origine di questo mito. All’origine del suo sogno di bellezza, della sua vera identità, che qui, a Palazzo Reale, è scandagliata attraverso i momenti salienti della sua vita, dalla formazione artistica fino alla maturità, attraverso le sue crisi esistenziali e d’identità.
La formazione
Fin dagli esordi della sua carriera Gustav Klimt si differenzia da altri suoi contemporanei per impostazione stilistica e formazione personale. Ricercato e culturalmente smaliziato, nelle sue realizzazioni c’è la conoscenza approfondita di vari generi artistici e delle diverse correnti stilistiche. Ha studiato infatti alla Scuola di arti e mestieri di Vienna l’arte del mosaico, della ceramica, della lavorazione dei metalli – in questo è figlio d’arte, suo padre è orafo – i motivi decorativi di ogni epoca e li sa combinare con destrezza sapiente.

Ogni aspetto dell’arte in Klimt è indagato con puntiglio, come per accaparrare i segreti di questa o quella tecnica, per poi riutilizzarli all’occorrenza. Ai suoi esordi lavora bene il rame, insieme ai suoi fratelli Ernst e Georg, ed è un fine ritrattista, i soggetti prediletti in questa fase iniziale sono i suoi familiari, la famiglia come oggetto di studio e punto di riferimento. I suoi ritratti sfiorano la precisione fotografica, quello della sorella “Klara” ha un gusto tutto olandese e si colloca nell’alveo della più squisita tradizione, dettagliato e puntiglioso l’artista indugia con minuzia fiamminga sul colletto inamidato e sulle perle della donna. Si stenta a credere che si tratti del Gustav Klimt che tutti abbiamo imparato a riconoscere dai suoi virtuosismi grafici. Eppure fin dalle esperienze più giovanili e accademiche marca il suo ambito creativo con quelli che saranno gli elementi distintivi della sua arte: tratto preciso, senza sbavature, certosino, quasi ossessivo nello studio e riproduzione del minimo dettaglio.

Schizzi e bozzetti
In questa rassegna molto spazio è dato agli schizzi preparatori, ai bozzetti, agli studi anatomici che Klimt ha prodotto in grandissima quantità. Osservatore prima di tutto, amava ritrarre le sue modelle anche negli atteggiamenti più intimi. Un bozzetto a matita con lo studio di un braccio sinistro ha pari valore di una “Salomé”, perché contiene tutta la forza espressiva dell’arte klimtiana. Il tratto si fa lascivo mentre definisce l’articolazione delle dita di una mano femminile appoggiata su un fianco. In Klimt la linea corre sensuale sia che si tratti di elementi vegetali sia che si tratti di parti anatomiche, e con “Acqua mossa” del 1898, il pittore opera l’identificazione fra donna e natura. Le figure femminili scivolano sul pelo dell’acqua, abbandonate ai sensi e al lento fluire. I corpi si confondono con le onde, il tratto scorre continuo senza interruzioni, anche di senso.

Bellissimi sono pure i bozzetti preparatori per le decorazioni dei grandi edifici pubblici, che Klimt esegue insieme ai fratelli e al pittore Franz Matsch, con i quali fonda la “Compagnia degli artisti” facendosi così conoscere dal grande pubblico. Grandi committenti lo richiedono e nel 1894 l’Università di Vienna gli commissiona la decorazione dei pannelli per l’Aula Magna e che dovevano rappresentare le tre facoltà di Medicina, Filosofia e Giurisprudenza.
Ma i tempi sono maturi per un cambiamento di stile, i venti della Secessione viennese di lì a poco sgretolano la fiducia nel positivismo e nel razionalismo, e Klimt inaugura un modo nuovo di rappresentare le realtà. In una riproduzione fotografica, gli originali sono andati perduti, si possono ammirare la Medicina e la Filosofia. Vi è qui il superamento dello storicismo in favore di un’arte simbolica, atmosferica che manifesta tutto il suo scetticismo nei confronti delle scienze razionali: figure femminili ammiccanti, impostazione verticale della rappresentazione, decorativismo dai motivi naturalistici da cui emana tutto il Klimt che ci piace e che riconosciamo come consueto. Tuttavia i committenti rifiuteranno l’opera perché scandalosa e polemica nel significato ultimo: la Medicina non vince sulla morte e la Filosofia non risolve i grandi interrogativi della vita.

La Secessione viennese e il periodo aureo
Con il periodo definito aureo Klimt dà libero sfogo alla sua fantasia decorativa. Diventa esponente principale della Secessione viennese, e in occasione della XIV mostra della secessione nel 1902, con il “Fregio Beethoven”, dipinto sulle pareti di una sala del Padiglione della Secessione, celebra la Nona Sinfonia e il principio supremo di Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale cui tutti gli artisti secessionisti aspirano. Qui in mostra è una riproduzione al naturale che nulla toglie all’effetto totalizzante sull’osservatore. Su tre pareti si sviluppa una narrazione artistica che celebra l’opera musicale e che unisce riferimenti all’arte classica – ai fregi e alle pitture vascolari greche, alle narrazioni a fascia dell’arte egizia – riferimenti all’arte nuova – nelle figure allungate, nelle linee sinuose, nelle evocazioni sensuali e nelle visioni erotiche klimtiane, nonché nell’uso della pittura d’oro, riferimenti musicali – nella costruzione per giustapposizione di pieni e di vuoti. Il racconto si conclude con la scena di un coro di giubilanti per l’impresa dell’uomo artista che compie l’opera d’arte, per l’impresa del soggetto ritratto che alla fine trova se stesso e per l’apice raggiunto dal musicista che a conclusione scrive il suo Inno alla gioia.

Fra le opere del periodo aureo esposte a Milano anche “Fuochi fatui”, 1903, in cui lo studio della luce è di derivazione impressionista e il tratto è chiaramente divisionista, a sancire la conoscenza approfondita che l’artista ha dell’arte tutta. Su questa trama di gusto accademico come sempre applica le sue variazioni: l’horror vacui della tela vuota è riempito con uno sfondo saturo di elementi decorativi , di micro dettagli giustapposti uno all’altro che danno l’impressione di un tutto indistinto, su cui i punti luminosi della pittura d’oro tracciano una mappa ideale di riferimento; in “Girasole” del 1907, torna l’identificazione della natura con la figura umana – il girasole è una donna a ben guardare, il fusto un meraviglioso abito – e l’esaltazione del dettaglio sullo sfondo, preludio alla fase matura durante la quale si occupa di paesaggi.
Il periodo si conclude con “Salomé”, 1910. Un’opera tutta “nostra”, attualmente conservata presso la Ca’ Pesaro, la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia. L’opera infatti è stata realizzata in occasione della personale di Klimt per la IX Biennale di Venezia. Un manifesto che celebra la donna lasciva, conturbante e dominatrice, cui l’uomo può eventualmente soccombere. Bella tentatrice, emaciata e per nulla classica nelle forme, spigolosa, cattiva e indifferente.

Crisi d’identità e maturità dell’artista
Con Salomé si conclude il periodo aureo e Klimt abbandona il decorativismo, ritorna all’accademia e un po’ si perde, ma pescare nel passato è il suo asso nella manica e gli permette di non sparire mai dalla scena artistica. Osservando “Madre con due bambini” 1909-1910 si legge il tentativo di volgere lo sguardo all’Espressionismo, tuttavia i toni sono scuri, le tinte sobrie e alcune figure richiamano un passato ancora più lontano, questa madre che reclina la testa sul figlio ha un gusto rinascimentale nella postura, e nell’espressione, è quasi una madonna di Giovanni Bellini.
È l’epoca della maturità, l’epoca dei paesaggi, che pure occupano 1/5 di tutta la produzione di Klimt e che qui sono presentati insieme all’opera di Koloman Moser, Karl Moll, Emil Orlik a testimonianza della sua influenza sui contemporanei. I paesaggi di Klimt fanno scuola: dettagli in primo piano, linea dell’orizzonte molto alta, tessitura cromatica a mosaico, questi i principi di base. Mirabile il confronto fra “Bosco di faggi” e “Bosco di pini” realizzato da Moser.

Suo malgrado Klimt è un punto di riferimento, ha lasciato il segno e tanto avrebbe continuato a fare se non fosse stato colto da morte improvvisa nel 1918 mentre lavorava alla sua incompiuta “Adamo ed Eva”, ultima tela dell’artista in questa rassegna di Milano. Una figura femminile che ancora predomina con la sua fisicità, inconsueta per Klimt, ma in realtà mutuata a tratti dal passato remoto, classico, come una delle tre Grazie con i suoi fianchi abbondanti e floridi e i seni piccoli e da un passato più recente nel volto roseo e sognante, nella grazia dello sguardo delle donne di Tiziano. E quindi ancora nella cifra stilistica dell’artista Klimt che quando non innova si rifugia a suo modo nella tradizione.

Marzia Petracca