Il potere delle parole

Al di là di quello che si pensi il potere delle parole è dirompente, le parole possono cambiare le situazioni, in bene e in male.

Al di là di quello che si pensi il potere delle parole è dirompente, le parole possono cambiare le situazioni, in bene e in male.

A volte è importante sapere cosa dire e cosa non dire in determinati contesti per non esasperarli o renderli più sgraditi di quello che magari già sono per il nostro interlocutore.
Superare una rottura, ad esempio, è di per sé un momento di particolare crisi, specialmente se chi viene lasciato prova ancora dei sentimenti per il suo ex partner.
A tutti è capitato di trovarsi in questa situazione oppure di avere una persona vicina che attraversa questo tipo di realtà e non sempre è facile approcciarsi in un modo che non sia troppo doloroso.
«Talking can relieve emotional pain»: mai parole furono più appropriate. Dopo una rottura è utile, se non necessario, parlare di quello che si prova, di quello che ci si aspetta, di quello che è stato: parlare è indispensabile per esorcizzare il dolore, per svuotarsi delle paure di quello che non ci sarà più, per gettare le basi per il cambiamento; ma non si può certo parlare da soli, bisogna avere un interlocutore in grado di sopportare un ruolo così oneroso, che ci faccia sentire che non siamo soli e che c’è ancora – c’è sempre – speranza per il nostro futuro.
Non sempre le persone che ci stanno accanto sanno adempiere ad un compito così importante e spesso finiscono per pronunciare parole non proprio adatte alla circostanza, sebbene lo facciano con le migliori intenzioni.
Spesso sciorinano triti luoghi comuni, un po’ perché ci sono passati, un po’ perché i luoghi comuni alla fine non sono poi così distanti dalla realtà; tuttavia i luoghi comuni non sono d’aiuto a chi soffre e anzi, peggiorano solo le situazioni.
Si potrebbe fare un elenco infinito di cose da non dire a una persona che è appena stata lasciata, ma se su qualcuna si può soprassedere, altre sono davvero intollerabili. Come i terribili «morto un papa se ne fa un altro» e «il mare è pieno di pesci», come se la persona che si apre a voi per confidare un dolore insopportabile abbia voglia di dimenticare tutto per trovare qualcun altro con cui sollazzarsi: abbiate rispetto dei sentimenti di chi si denuda moralmente e cercate di capire che in quel momento non vuole una spinta a ributtarsi in quel mare probabilmente in cui non è ancora pronto a nuotare, vuole solo una spalla su cui piangere o un paziente abbraccio.
Oppure il «non era adatto a te», declinato nelle numerose versioni tipo «non vi vedevo bene assieme», «non avevate un futuro», «troverai qualcuno migliore»: è facile giudicare un rapporto da fuori, spesso le persone che ci circondano ritengono di avere un punto di vista più obiettivo proprio perché non sono coinvolte in prima persona e si permettono di giudicare realtà di cui conoscono una semplice patina superficiale; la realtà è che solo chi vive un rapporto a due conosce esattamente le sue dinamiche, i vizi e le virtù del partner, le conseguenze delle azioni dell’uno sull’altro; arrogarsi il diritto di dire «non era adatto a te» implica di necessità di conoscere alla perfezione cosa c’è fra due persone, il che è praticamente impossibile.

Liquidare con queste espressioni di presunta consolazione un rapporto, magari di lunga durata, è il modo migliore per ferire chi sta già soffrendo abbastanza senza il bisogno di infierire. In certi casi un caldo silenzio, uno sguardo condiviso, un sincero ed affettuoso abbraccio sono mille volte più efficaci che «alla fine è meglio così».
Le persone che si rivolgono a noi per svuotarsi del peso di un dolore così grande non sono in cerca di un premio di consolazione, vogliono solo comprensione ed ascolto e forse è meglio limitarsi a questo piuttosto che esibirsi in filippiche consolatorie dal dubbio risultato.
Lo stile di una persona si manifesta anche nel sapere agire e parlare in maniera appropriata al contesto, tanto più se si tratta di sentimenti e stati d’animo.
 

Giulia de Luca
Dal Blog Diario di un’ex stacanovista