Il mondo fuggevole di Toulouse – Lautrec in mostra a Palazzo Reale di Milano

Un evento in stile “Milano da bere” il 17 ottobre ha aperto la mostra con cui il Palazzo Reale di Milano punta i riflettori, fino al 18 febbraio, su Henri de Toulouse - Lautrec.

 

 

Un percorso  - la mostra  il Mondo fuggevole di Toulouse – Lautrec - che, con oltre 250 opere e la serie completa di 22 manifesti provenienti dai maggiori musei del mondo, offre spunti nuovi per una rilettura dell’artista occitano da prospettive insolite, a sottolineare il legame forte dell’artista con i suoi luoghi: la Francia del Sud, la regione Occitania, il Dipartimento del Tarn. Una mostra che val bene un viaggio-studio di approfondimento.

Henri de Toulouse – Lautrec, ancora lui, quello dei manifesti con le donnine del Moulin Rouge, quello delle prostitute alla toeletta, quello che l’arte della litografia e le tecniche grafiche stavano prendendo piede nella Francia di fine Ottocento e ne traeva spunti di sperimentazione. Quello che: “…e poi, finito il periodo d’oro degli Impressionisti, c’è Toulouse Lautrec…”, studiato male e poco e approssimativamente confinato fra gli artisti maledetti, perché come loro dedito alla vita dissoluta, ma diversamente da loro, molto dannato e assai poco bello e affascinante.

Pure apprezzandolo, siamo tuttavia abituati a mutilarne la storia artistica, concentrando spesso l’interesse sulle opere dell’ultimo periodo, “les affiches” per i café chantant, i manifesti pubblicitari, e tutta quella produzione di opere che sconfina nella grafica e apparentemente si discosta dall’arte della pittura. La mostra di Palazzo Reale invece offre chiavi di lettura che, come un continuo fluire, ci ricordano che in quella fase finale c’è sempre e comunque tutto l’uomo Toulouse –Lautrec, dalle opere giovanili alla fascinazione per gli artisti giapponesi, e da tutto trasuda la sua cultura della Francia del Sud, i sapori e i colori di una regione, l’Occitania, che si identifica con lui, con la città di Albi che gli ha dato i natali e con il Palais de la Berbie, sede del museo a lui dedicato, facendone un simbolo efficace di promozione a livello internazionale.

La serata evento

Con queste premesse una delegazione francese composta dalla curatrice del Museo Toulouse – Lautrec di Albi, Danièle Devynck, dal Comitato Dipartimentale per il Turismo del Tarn, dall’Ufficio del Turismo di Albi e dal Comitato Regionale per il Turismo Occitanie/Pyrénées – Médi terranée, con il coordinamento di Atout France Italia, ha inaugurato la mostra di Palazzo Reale con una serata allo Starhotels Rosa Grand. Un evento culturale nel segno dell’arte, della storia e dell’enogastronomia, per conoscere questa regione della Francia, l’Occitania, che vive un momento felice di sviluppo commerciale e che sta dominando la scena del turismo internazionale grazie alle sue eccellenze: le città storiche, Albi, ma certamente Tolosa e Montpellier, i borghi medievali, i musei, i suoi artisti e ovviamente Henri de Toulouse-Lautrec; forte di una ricca rete di collegamenti con il resto d’Europa e di uno storico legame con l’Italia, da cui partivano le rotte commerciali dirette in Spagna attraverso quello che oggi è il Dipartimento del Tarn.
Dopo il saluto del Console di Francia, Cyrille Rogeau, e del Direttore di Atout France, Frédéric Meyer, si entra subito nel tema, e vien voglia di volare ad Albi per visitare il Museo Di Toulouse – Lautrec e la Cattedrale di Santa Cecilia, che peraltro, si sottolinea, deve molto della sua bellezza anche alle maestranze italiane. Dopo il gentile omaggio inizia il viaggio alla scoperta dell’Occitania. Una regione vivace e colorata: viola come la violetta, fiore simbolo della regione e in particolare della città di Tolosa, per questo conosciuta come la città rosa, rosso come i mattoni in cotto e i tetti dei borghi medievali. Chiazze di colore come quelle stese sfacciatamente sulla tela da Monsieur Henri che aveva negli occhi così bene la vita nelle campagne intorno ad Albi, di famiglia aristocratica e avvezzo com’era ai riti della caccia, alle corse a cavallo, tanto da riuscire a riprodurre questi soggetti a memoria, quando la salute non gli permetteva di partecipare in prima persona alla vita sociale.
Si continua con la presentazione di un’eccellenza locale: i vigneti di Gaillac, autoctoni francesi dalle origini antichissime. Colline dolcemente ondulate che agli ospiti francesi piace teneramente paragonare alla Toscana. E poi la gastronomia, il foie gras, l’aglio rosa di Lautrec. Con queste premesse e moltissima curiosità si arriva al cuore della serata: Toulouse–Lautrec e la sua Francia, osservando le opere con un’attenzione particolare, per capire meglio l’artista e l’uomo, perché, come sottolinea Danièle Devynck, il percorso espositivo di Palazzo Reale è un’esperienza nuova persino per un francese di Albi.
Assaporata la mostra con in mente i profumi e i colori dell’Occitania, a fine serata la perfomance dello chef Franck Augé delizia gli ospiti con la “zuppa di Toulouse – Lautrec” (omaggio a una ricetta personale dell’artista), la panna cotta all’aglio rosa e come dessert le pere al vino rosso. Per finire si brinda con Gaillac doc, rouge o blanc, cantina Labastide-de-Lévis, dall’esclusiva etichetta Toulouse–Lautrec.

 

La mostra

L’abile curatela di Madame Devynck ci introduce nel cuore della mostra il Mondo fuggevole di Toulouse–Lautrec attraverso una sala interamente dedicata alla fotografia: a tutta parete campeggia un autoritratto di famiglia e intorno ritratti fotografici dell’artista, fra le pose anche il celebre Autoritratto, eseguito olio su tela dal 1882 al 1883, proveniente proprio dal Museo di Albi. La mostra può iniziare. Henry ama farsi ritrarre, anche travestito, spesso da samurai, o comunque “alla maniera giapponese”, che lui ama molto, tanto che fin da giovanissimo colleziona stampe giapponesi.

Un modo per attrarre l’attenzione. Quell’attenzione che probabilmente sente essergli negata per causa della sua deformità, che tuttavia non gli preclude alcuna esperienza anche sentimentale. Il suo fascino, certamente fuori dai comuni canoni estetici, è strettamente connesso al suo interesse per la vita, per la realtà che lo circonda. Fin da bambino, spesso costretto a letto per i suoi problemi di salute, riproduce scene immaginandole nei minimi particolari, con perizia accademica e gusto ossessivo per il dettaglio. Veri e propri esercizi di disegno, tuttavia evocatori di un sentire profondo, malinconico e accanito tentativo di strappare un moto di approvazione nei suoi familiari, primo fra tutti in suo padre Alphonse, al quale dedica dei ritratti. Vuole piacere e fa del disegno un mezzo potente per comunicare. Toulouse–Lautrec è a tutti gli effetti un uomo di marketing, molto prima delle celebri “affiches”, del Moulin Rogue e dei manifesti pubblicitari di cui troviamo esposta la serie al completo.

La rappresentazione si fa portatrice di un messaggio, pertanto non può essere statica fine a se stessa, ma fluente. Così come mutevole è la vita che lui rappresenta quando decide di vivere in dissolutezza nel quartiere di Montmartre. Qui conosce il vizio e lo rappresenta, in ogni suo aspetto, esasperandone la banalità.

Le scene di vita quotidiana delle prostitute sono capolavori di una delicatezza che non si addice all’argomento trattato, denuncia sfacciata di una drammatica normalità. Ed è bravissimo con la matita a tracciare, abbozzare e poi produrre l’opera finale, a ritornare sul dettaglio, che reso protagonista sostanzia di sé tutta l’opera e connota per sempre i soggetti ritratti. La calze di nylon nere e le giarrettiere sono il simbolo delle case chiuse; solo ritraendo un paio di guanti neri omaggia l’opera della cantante Yvette Guilbert. Il particolare estremizzato, il tratto psicosomatico esasperato fanno di lui, sopraffino osservatore del reale, un maestro della caricatura in senso moderno. In Divan Japonais Yvette Guilbert ritratta senza testa è il massimo della caricatura e, mentre in primo piano, Jane Avril, sua rivale, assiste allo spettacolo: l’artista mette in scena la vita così come lui la vede e mentre si sta compiendo.

Il suo modo di dipingere è fortemente influenzato dagli artisti giapponesi, in Francia molto ammirati nella seconda metà dell’Ottocento, non solo per il concetto di flusso continuo che farà suo, ma anche per l’impostazione verticale delle sue opere, una questione puramente geometrica di linee morbide, ascendenti, tese verso l’alto. Ben costruito nella mostra di Milano il Mondo fuggevole di Toulouse – Lautrec il parallelo fra Lautrec e i giapponesi Utamaro, Hoshitoshi, Hiroshige, proposto spesso attraverso serie da tre esemplari: l’ispirazione nipponica da cui l’artista sembra prendere spunto, il bozzetto iniziale che Toulouse-Lautrec esegue prima di ogni versione definitiva, e l’opera finita, ritmo ternario su cui forse l’allestimento avrebbe potuto indugiare di più, sottolineando l’incisività di questa chiave di lettura ricorrente, che tuttavia si coglie per l’intero percorso espositivo. Bella a questo proposito la serie dedicata al ritratto di May Milton.

Il paragone con i giapponesi si fa didascalico quando sono messe a confronto le serie Elles di Toulouse-Lautrec e Case Verdi di Utamaro, cui è dedicata un’intera saletta. In entrambi i casi scene di un erotismo così scandagliato da non destare il minimo fastidio o morbosa curiosità. Le donne di vita sono esaltate nella dignità della normalità, quella che anche Toulouse-Lautrec auspicava per sé, la tranquillità di una vita nei ranghi dell’approvazione altrui, che forse però non l’avrebbe fatto così grande, come alla fine è stato durante la sua breve vita, questo petit homme.

 

Marzia Petracca

 

 

 

 

 

 

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