Viaggio in Birmania: le città da visitare

Cosa visitare in Birmania (Burna), grande penisola dell'Indocina compresa fra il Tropico del Cancro e l’Equatore, nel sud-est asiatico?

Questo paese ha oltre 50 milioni di abitanti (l’ultimo censimento è del 2010) e una superficie di 67mila chilometri quadrati; la sua capitale dal 27 marzo 2006 è stata ufficialmente rinominata Naypydaw, cioè "sede dei re".

Abbiamo visitato la Birmania tra fine novembre e dicembre 2015, organizzando da soli ogni spostamento.

Arrivati a Bangkok, abbiamo fatto richiesta del visto d’ingresso, come ci era stato suggerito dall’Ambasciata Birmana in Italia, che ci è stato concesso, dietro pagamento, il giorno seguente, nell’apposito ufficio consolare, dove insieme a noi si accalcavano viaggiatori statunitensi, canadesi, svizzeri e italiani.

La Birmania è un Paese in via di sviluppo, che sta viaggiando dal medioevo al futuro “in ciabatte e longy”, l'abito tradizionale maschile. La speranza del Paese, però, secondo noi, sono le donne, con i loro eleganti portamenti, impegnate a lavorare da mattina e sera, nel commercio e nei ristorantini ambulanti presenti su ogni marciapiede, a tutte le ore del giorno e della notte.
Le donne sono dedite, con i bambini, all’uso del thanakha, una polvere ricavata dal legno dell’albero omonimo, simile al sandalo, che cresce nella regione di Pakoku.

La speranza di tutti i birmani è che il loro Paese possa continuare ad aprirsi al mondo, visto che ne è restato lungamente separato; prima, dal 1948, a causa della guerra civile, poi per la politica di “porte chiuse” attuata dalla giunta militare fino all’inizio degli anni Novanta, quando apparvero i primi tour organizzati.
Certamente anche la campagna internazionale di boicottaggio, conseguente alle gravi violazioni dei diritti civili attuate dall'autorità militare, ha contrastato le ambizioni del regime e ridotto a poca cosa la nascente industria turistica birmana.
Dopo i risultati elettorali delle ultime elezioni politiche, il partito al potere in Birmania, Partito della Solidarietà e dello Sviluppo per l’Unione (Usdp), ha ammesso la sconfitta; si è realizzata, infatti, un'ampia vittoria del partito di opposizione, la Lega Nazionale della Democrazia, guidato da Aung San Suu Kyi, birmana oggi settantenne, internazionalmente nota per il Nobel per la Pace ricevuto, e per le sue battaglie non violente, ispirate ai principi del Mahatma Gandhi.
Aung San Suu Kyi è la figlia del generale birmano Aung San, esponente di spicco del Partito Comunista Birmano, di cui fu segretario dal 1939 al 1941 e che fu ucciso dagli oppositori nel 1947, ma è come non fosse mai morto, perché è ricordato e amato in tutto il Paese; non c’è casa, piccolo ristorante, negozio, che non abbia una sua immagine esposta.
Dopo la grande vittoria elettorale riportata lo scorso novembre, la Lega Nazionale della Democrazia siede di nuovo in Parlamento, ma i militari controllano ancora la situazione, e la transizione è tutta da “tessere”.

 

Lingue ed etnie birmane
La maggioranza della popolazione è di etnia Bamar e di religione buddhista, ma vi sono oltre cento minoranze etniche, che sin dall'indipendenza (Burma è stata fino al 1948 colonia inglese) sono state coinvolte in diversi conflitti armati con il governo centrale, alcuni dei quali durano tuttora. Particolarmente criticato dalla comunità internazionale è il trattamento riservato alla minoranza etnica dei Rohingya, di religione musulmana, vittime di persecuzione e privazione della cittadinanza.
La lingua birmana è parlata tanto dai Bamar quanto da altre minoranze. Il suo vocabolario di base consiste principalmente di parole sino-tibetane, ma anche di termini delle lingue indoeuropee pali e inglese.
L'inglese fu introdotto nel XIX secolo, quando i Bamar entrarono in contatto per la prima volta con i britannici come nazione di commercianti, e si diffuse durante il periodo coloniale.

 


Le città visitate in Birmania

Noi abbiamo scelto di volare da Bangkok a Yangon, la grande città che è stata capitale fino al 2005, dove avevamo richiesto un trasferimento dall’aeroporto all’albergo.
Quando siamo arrivati, l’ascensore era fuori servizio, ma i nostri bagagli sono stati portati a spalla da un esercito di giovanissimi in longy (il telo di cotone stretto attorno alla vita) che, avremmo poi saputo, vivono in hotel praticamente tutto l’anno. Sono stati questi ragazzi di Bagan, la cittadina nota per la sua grandissima area archeologica, a prepararci la colazione ogni mattino e riordinare la stanza. Parlavano inglese ed erano curiosissimi di tutto quello che facevamo.

Noi abbiamo fatto come loro, cominciato a percorrere le strade di Yangon in lungo e in largo, osservando e fotografando ogni cosa liberamente.
Yangon è una città frenetica fin dalle prime ore del giorno, con un traffico che verso le dieci impazzisce, fitto di motorini e auto e quasi mai regolato da semafori o vigili, per cui attraversare la strada è molto problematico. Tanti sono i caffè e i ristoranti di tutte le dimensioni e per tutte le tasche; le scuole sono aperte fino al pomeriggio. Nelle numerose pagode le persone entrano a pregare, ad accendere incensi, a parlare con le divinità e a mangiare. Si trova anche qualche chiesa cattolica e qualche moschea.
Ci sono mercati di frutta, verdura, cibo e libri usati. La vita si svolge per strada, sui marciapiedi si vende di tutto e la povertà di moltissima gente è evidente.
Nei ristoranti, anche popular, si mangia bene, ma spicy. Forse l'usanza di mangiare piccante è nata per difendersi da uno scarso livello d'igiene, dovuto anche al fatto che l’acqua non è potabile.
La Pagoda Sule fu costruita al centro della vecchia città coloniale britannica, ed è ancora oggi il simbolo più visibile della vecchia città coloniale.
La Pagoda Shwedagon, il tempio più grande di tutto il Myanmar e uno dei più imponenti dedicati Buddha, è la più venerata, il punto di riferimento principale del movimento democratico fin dall’epoca coloniale. Lo stupa, il monumento buddhista la cui funzione principale è di conservare le reliquie, qui è alto 99 m, interamente rivestito d’oro, ed è stato preso a modello per molti altri templi birmani.
Luogo magico al tramonto, ha anche un grande valore simbolico. Recentemente, nel 2007, durante la Rivoluzione Zafferano (dal colore delle vesti dei buddisti) fu meta delle marce di protesta a cui parteciparono oltre ventimila monaci e monache.

La statua del Buddha reclinato, lunga 65 metri e alta 16, è ospitata nella Pagoda Chaukhtatgyi, ed è oggetto di grande venerazione.
La cultura dei caffè è ancora radicata nei tradizionali negozi di tè, anche se moderne caffetterie stanno crescendo un po’ ovunque. Certamente, il caffè più esclusivo rimane lo Strand Café nello Strand Hotel dove si può gustare anche il migliore afternoon tea.
Non immaginavamo, però, che a Yangon, fin dal mattino per strada venisse offerto betel, una vera droga “artigianalmente” prodotta con vari ingredienti, compresa noce moscata e calce, posti dentro una foglia per essere masticata tutto il giorno, mantenendo il bolo in una guancia e sputando “rosso”, traccia ovunque evidente e inelegante del consumo di massa.
Questa droga si vende per strada a ogni ora del giorno e della notte, ma anche nei loro meravigliosi mercati, e sembra che la percezione dei rischi qui sia inesistente o quasi.

Non appena, come turista, vieni a conoscenza delle conseguenze dell’uso prolungato del betel, impari a riconoscere i suoi consumatori, anche giovanissimi, o molto anziani, per via dell’annerimento dei denti e delle labbra rosso fuoco, anche se non puoi vedere i danni notevoli che provoca agli organi interni.
Un elegante signore mi ha proposto betel a due passi dal nostro hotel, spiegando che tiene svegli e "fa solo bene".

 

Da Yangon abbiamo volato a Bagan, conosciuta anche come Pagan, capitale di antichi Regni birmani.

L'Unesco ha tentato senza successo di nominare Bagan, nota nel mondo come la più estesa area archeologica dell’Asia, patrimonio mondiale dell’umanità. Ma la giunta militare attualmente al potere in Birmania ha ristrutturato opere d'arte antiche, templi ed edifici, senza tenere conto degli stili architettonici originali e usando materiali moderni incompatibili esteticamente con i materiali edilizi originali. I terremoti hanno fatto il resto.

A Bagan potrete visitare centinaia di templi e fotografare migliaia di persone nei grandissimi mercati, che espongo oggetti d’artigianato, in plastica, thanakha e nei più diversi materiali.
Il caso ci ha fatto incontrare a Bagan un giovane tassista del quale abbiamo conosciuto parte della famiglia, che ci ha accompagnato per alcuni giorni. Il nostro obiettivo, però, era visitare la grande città di Mandaly e il Lago Ille, per poi arrivare ai confini con il Laos, e cercavamo qualcuno che ci conducesse fin là in automobile.

Dopo una lunga contrattazione, ci siamo accordati con altri due drivers, amici del primo; ci hanno accompagnati a Mandaly, dove ci siamo alloggiati in un centralissimo hotel, a gestione cinese, ottimo in tutto.
I due autisti, estremamente gentili, dormivano in monasteri buddisti (che non ci hanno mai mostrato), o nel van. Sempre però hanno rifiutato, anche se invitati, di mangiare con noi. Ogni sera entro le 17 li pagavamo, ogni mattina si presentavano all’appuntamento fissato, verso le 8-9, e ci conducevano dove avevamo concordato. Essendo buddisti, approfittavano delle nostre mete per pregare o compiere qualche atto di devozione nei templi che visitavamo.

Mandalay, ex-capitale, è uno dei centri culturali più importanti, dove è prodotta la maggior parte delle foglie d’oro del Paese; è nota come la città delle "guglie d'oro", famosa per un’estesa collina (che fa parte delle Sagaing Hills) punteggiata da guglie che si illuminano al tramonto. Ai suoi piedi scorre possente il lunghissimo fiume Ayeyarwady (come si chiama in birmano) o Irrawaddy River, sul quale navigano lentamente barche e chiatte.
Salendo a piedi da Mandaly (45 minuti) o in auto, si arriva alla Pon Nya Shin Pagod. Qui i templi sono tantissimi e tutti collegati fra loro da percorsi coperti da tettucci. Dalla bellissima terrazza si ha una visione d'insieme dell’area, compreso il fiume Ayeyarwady, con sue le imbarcazioni che scorrono lente.

Il Monastero di Shwenandaw a Mandalay, tutto in legno di teak, è un gioiello molto ben conservato. All'interno, è vietato alle donne calpestare il pavimento della sala in cui è esposto il Buddha. Una guida locale mi spiega che in Birmania le donne sono considerate inferiori agli uomini. Sono impure, per via del mestruo.
Il Palazzo Reale, costruito dal 1857 quando Mandalay divenne capitale, è visitabile solo in qualche parte.

Nei dintorni di Mandalay, siamo andati a visitare ad Amarapura il ponte pedonale di U Bein che si allunga per 1200 metri sul Lago Taungthaman; è il ponte in teak più lungo al mondo, frequentatissimo dai turisti e dai birmani.
Il ponte è stato costruito molto in alto, perché durante la stagione delle piogge il livello dell’acqua si alza.

 

Da Mandalay ripartiamo per Kalaw, cittadina di villeggiatura a 1300 metri sul livello del mare, luogo di trekking dove è possibile avvicinare diverse minoranze. Ha un caotico mercato, che merita di essere visitato. Di qui, molti turisti progettano le escursioni di uno o più giorni al Lago Inle.

 

A Kalaw ci siamo fermati una notte e poi siamo ripartiti per raggiungere Pindaya.
Nella Grotta Shwe Oo Min sono contenuti 9000 Buddha. All'ingresso, un uomo vende in bustine di plastica, simili a quelle delle figurine, foglietti di lamina d'oro, già pronti per essere incollati su una statua di un grande Buddha.

La Grotta Shwe Oo Min a Pindaya sul lago Pone Taloke è di straordinaria bellezza. Dall'alto si può cogliere la dimensione del complesso, il lago e la bellissima campagna. Si sale in auto fino all'inizio della scalinata che porta ai due ascensori, e ci si imbatte in alcune enormi figure rappresentanti delle principesse e un ragno gigante che, dice la leggenda, anticamente abitava la grotta. Un giorno la bestia si innamorò delle principesse e le rinchiuse lì.

Siamo arrivati a Pindaya alle 11, in pieno mercato. E' un tipico villaggio del Shan, su una specie di lago, tutto circondato da verde frondoso.
Andando per ordine: abbiamo lasciato alle nostre spalle una campagna di terra rossa riccamente coltivata a piccoli appezzamenti, di tutti i colori, dal giallo paglierino al verde argento dei cavolfiori; piccoli lembi dove hanno impiantato viti o messo a dimora giovani piantine. Molta gente lavora a mano la terra o conduce vacche e bufali al pascolo (i bufali sono cavalcati come cavalli).

Ci sono immagini di iconografie cinesi, registrate per prime nella mia testa, che qui tornano: per esempio un uomo che cavalca un bufalo. Assistiamo al trasporto su carri dei cavoli destinati al mercato, poi ci appare in lontananza tutto il complesso costruito fuori dalla Grotta, compreso l'altissimo ascensore.Arriviamo in città, troviamo un hotel: si sta svolgendo il pranzo di nozze di un matrimonio. Qui alle 11 tutti banchettano e ci invitano a sedere. La sposa, in giallo, è elegantissima e truccata con lunghe ciglia finte.

 

Da Pindaya arriviamo il giorno dopo a Nyaungshwe, sul Lago Inle.
La strada corre fra i campi coltivati a mais, grano e cavoli.
Come sempre ci sono molte vacche al pascolo e qualche bufalo, donne che lavano e si lavano in pozze d'acqua, e poco altro fino a quando non arriviamo a un grande mercato del bestiame.
Prendiamo alloggio in un hotel lussuoso, dove ci accompagnano i nostri due drivers, perché conoscono la catena a cui l’albergo appartiene.
Qui organizziamo un tour sul lago dalle 7 della mattina, fino alle 18 circa.
Va tutto benissimo, ed è emozionante per noi incontrare tante situazioni così diverse.

In Birmania abbiamo visto alberi grandi come solo avevamo incontrato a Miami, in Florida; trovato solo persone che ti sorridono, anche se hanno i denti distrutti dal betel; visitato pagode, ma anche una moschea e una chiesa cattolica. Abbiamo parlato (a nostro e loro modo) con tutti quelli che si sono messi con noi a fare chiacchiere, salutando in birmano: "Mingalabar".

 

Testo e foto di Angela Tromellini

 

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