Il turismo nel XXI secolo? Sarà viaggio ed esperienza

 Ancora trent’anni fa, quando la globalizzazione era appena agli inizi e la maggior parte delle persone lavorava e viveva nello stesso posto in cui era nata (o almeno nello stesso Paese), il turista era, almeno nell’immaginario collettivo, colui che si recava in luoghi lontani ed esotici.

Anzi: il numero di chilometri per raggiungere la destinazione era direttamente proporzionale al fascino e all’appetibilità della destinazione stessa. E così nomi come Hawaii, Polinesia e Samoa risuonavano invitanti nella mente del signor Rossi inchiodato alla routine del posto fisso, al mutuo da pagare e al tram-tram familiare. I miraggi di resort a 4 stelle e feste sulla spiaggia popolavano i sogni della signora Bianchi che, per le vacanze, doveva accontentarsi della sdraio su qualche playa affollata.

Oggi il mondo è cambiato. La globalizzazione è ormai una realtà, nel bene e nel male, e se il signor Rossi e la signora Bianchi sono in pensione, il loro figliolo con tutta probabilità è un precario che il posto fisso (e il mutuo da pagare) se lo sogna di notte. È il new normal, come dicono gli economisti. La maggioranza delle persone lavora moltissimo, si sposta (per lavoro o studio) parecchio, e ha sempre meno tempo per se stessa. È cambiata pure la consapevolezza ambientale e sociale: un casinò a Las Vegas, per esempio, ha un’impronta ecologica diversa da una baita sulle Dolomiti, e un numero crescente di turisti si interroga sull’opportunità etica di visitare una nazione magari stupenda, ma in balia di un regime oppressivo.

E d’altra parte chi ha sempre meno tempo (e soldi) per le ferie deve cercare di valorizzare al massimo una vacanza. Deve, per così dire, farne tesoro. Nel rispetto, possibilmente, di quei vincoli etici, sociali e ambientali citati sopra. Tutto questo mi induce a pensare che il turismo di domani sarà molto diverso da quello di oggi. Cambierà forma, e in un modo profondo. Sarà un turismo, per esempio, sempre più attento all’esperienza, alla sua qualità e autenticità, e al rispetto dell’ambiente e delle persone. Un turismo forse un po’ meno “sciupone” del passato, ma più intenso e “reale”.

Sia chiaro: tantissima gente vorrà ancora andare in posti lontani e bellissimi come quelli che ho citato nel primo paragrafo; tanta altra gente però sarà alla ricerca di qualcosa di diverso. Di un turismo che sarà sempre meno turistico, e sempre più simile ai viaggi del XIX secolo, che erano allo stesso tempo un’opportunità per vedere cose nuove (le Alpi, Firenze, la Sicilia, le rovine di Atene) e meravigliarsi, ma anche per crescere e maturare.

Orazio diceva: “coelum non animum mutant qui trans mare currunt”, ovvero “non mutano il loro animo ma soltanto il cielo coloro che attraversano il mare”. Io non la penso esattamente così. Io sono convinto che “attraversare il mare” (cioè viaggiare) faccia assai bene all’animo, ma purché il viaggio diventi un modo per dedicare (anche) del tempo a se stessi, alle proprie passioni e ai propri bioritmi, dopo mesi e mesi passati di fronte a un monitor, o sul sedile di un’auto, o attaccati a uno smartphone sempre acceso. In poche parole, purché il viaggio si trasformi in un’esperienza.


Perché alla fine il viaggio migliore è quello che facciamo con noi stessi, e con le persone che amiamo,
(ri)scoprendo ciò che è capace di stupirci, affascinarci, aiutarci a capire la vita e il mondo. Nei prossimi decenni dunque torneremo a essere viaggiatori, desiderosi di bellezza e di autenticità. E l’autenticità (al pari della bellezza del resto) non può certo essere costruita a tavolino. L’autenticità ha bisogno che in un luogo si rispettino le tradizioni, le vocazioni e le culture locali. Non so voi, ma io preferisco bere lo spritz in Veneto e il porto all’Alfama, e se una merlettaia di Idrija mi spiega come ha fatto il suo centrino lo regalo alla mia fidanzata assai più volentieri.

Forse trent’anni fa per rendere una valle o un’isoletta appetibili dal punto di vista turistico bisognava costruire casinò, grandi hotel e mega-piscine; oggi una valle dove si pratica ancora la pastorizia e si produce un particolare tipo di formaggio, o un’isoletta dove si pesca come cento anni fa, hanno degli asset ben più preziosi dell’ennesimo grande hotel e dell’ennesima mega-piscina. Anche perché il turista (o meglio: il viaggiatore) di domani avrà sempre meno tempo, e quel poco tempo lo vorrà investire in esperienze autentiche, capaci di arrivare dritte al cuore.

L’era dei pacchetti standard è agli sgoccioli, la customizzazione dell’offerta turistica è appena agli inizi. E questo offre spazi immensi, autentiche praterie alle ADV, ai ristoranti, ai piccoli alberghi e agli artigiani locali: un agente di viaggio che conosce il suo mestiere, uno chef che ha rivisitato le ricette tradizionali delle sue parti, un albergatore che sa raccontare la sua città o un artigiano che produce qualcosa di bello e speciale godono di un vantaggio competitivo immenso rispetto alla multinazionale del turismo che ai suoi clienti vuole propinare la solita zuppa.

 

Gorazd Skrt
Ente Sloveno per il Turismo - Italia

 

 

 

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