Alchemaya – l’opera sperimentale di Max Gazzè incanta Milano

Che Max Gazzè fosse un artista molto più complesso di quanto sembri, che la sua musica avesse differenti piani di lettura ce lo dimostra una volta per tutte Alchemaya, opera sperimentale sintonica (sì, proprio così) con la quale sta girando i più prestigiosi teatri italiani.

 

Lo abbiamo visto ieri sera agli Arcimboldi di Milano: teatro stracolmo di un pubblico curioso di scoprire un Max inedito, finalmente e definitivamente esoterico.
Alchemaya il progetto più innovativo e insolito dell’artista romano (forse potremmo azzardare che sia il progetto della vita) è una moderna Opera Sinfonica, pardon Sintonica. Perché ad accompagnarlo sul palco ci sono la straordinaria Bohemian Symphony Orchestra di Praga e… i sintetizzatori.

La prima parte del concerto è un’opera inedita, composta con il fratello Francesco e frutto della ricerca esoterica ventennale di Max Gazzè. Seguendo il filo rosso della voce narrante, profonda e cadenzata, di Ricky Tognazzi, l’artista romano ci trasporta in una dimensione sospesa che parte dalla creazione dell’uomo («Progenie») e si conclude con un brano intitolato «Il progetto dell’anima».
Nel mezzo si viaggia, sulle note dei cinquanta straordinari elementi dell’orchestra diretta dal maestro Clemente Ferrari, tra sperimentazione sonora e racconti colti che scandagliano anima e mente, citando Giordano Bruno, la Bibbia e le tavole numeriche.
Si narrano le vicende pre-adamitiche, precedenti cioè la plurimillenaria esperienza del genere umano sulla Terra e riguardanti gli Anunnaki, la popolazione aliena che secondo le antiche tavole sumere avrebbe colonizzato il suolo terrestre, nominandolo Eden, e creato l’Adam, il primo prototipo di essere umano.
Un viaggio onirico musicale, non per tutti forse ma per molti, che ci regala un Max Gazzè mai scontato, delicato, colto. Un artista fuori dal tempo, che fa ben sperare in un panorama musicale nazionale non sempre esaltante e poco incline alla sperimentazione.

 

 

Nella seconda parte dello spettacolo Alchemaya si allenta la tensione emotiva e si canta sulle note di alcune delle più belle canzoni di Max Gazzè che torna sul palco con una mise più informale, sempre accompagnato dall’orchestra sinfonica, pronto per il primo vero contatto con il pubblico. Che sembra non aspettasse altro.
Ci si ritrova di fronte il Max Gazzè pop più noto: ironico, accogliente ma mai sopra le righe, con quella punta di timidezza delicata che ci piace tanto.
C’è da dire che nella seconda parte del concerto, dopo la fase di contemplazione onirica dell’opera Alchemaya, le comode poltrone degli Arcimboldi impicciano un po’ e verrebbe voglia di ballare cantando alcuni dei suoi pezzi più famosi (Esplora il significato del termine: da «Timido ubriaco» a «Ti sembra normale», passando per «Una musica può fare» e «Mentre dormi») e ascoltando qualche inedito niente male. Ci si ritrova comunque tutti a battere forte le mani a ritmo e a cantare all’unisono, aiutando come da sua richiesta il povero Gazzè che si presenta sul palco con la voce roca: “acciacchi di stagione, aria condizionata, forse i primi caldi, gli ultimi freddi” - precisa lui, facendoci sorridere.

 

 

Standing ovation finale, teatro in delirio rock (o classico?) e si esce sotto le stelle milanesi con la bella sensazione di avere visto un concerto di quelli che “ce n’era bisogno”. Perché non è vero che la cultura sia solo e sempre una montagna inespugnabile, non è vero che siamo diventati un popolo musicale di sole canzonette orecchiabili. Abbiamo bisogno anche dei sumeri e delle loro profezie, se a raccontarcele è la buona musica con tutta la sua straordinaria potenza creativa.
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Caterina La Grotteria

 

 

 

 

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