In Svezia nasce il Museo del Fallimento, perché sbagliando si impara

Aprirà a giugno a Helsingborg, nel sud della Svezia, il primo Museo del Fallimento al mondo.

 

 

L'idea, bizzarra, è venuta allo psicologo del lavoro Samuel West, che ha raccolto alcuni tra i più grandi flop commerciali dagli anni '70 a oggi, oggetti e progetti che dovevano fare il botto, e invece… I big ci sono tutti. Dai grandi nomi del mondo dell’innovazione come Apple, Google, Kodak, Sony ai brand da sempre sulla cresta dell’onda come Coca-Cola, Bic e Harley-Davidson.
L’intento del Museo del Fallimento non è denigratorio. Tutt’altro. Perché se “il fallimento è necessario per l'innovazione” scoprire che tutti, ma proprio tutti, hanno sbagliato almeno una volta nella vita può essere molto consolatorio ma, soprattutto, può diventare uno stimolo per chi sta provando ad affermare la propria idea e, magari, è a un passo dal gettare la spugna.
Perché, si sa, il mondo del business e quello dell’innovazione in particolare possono essere molto insidiosi. Ci si muove su campi minati e, a volte, non tutte le variabili giocano a nostro favore: magari i tempi non sono ancora maturi, le persone non sono pronte ad accogliere a braccia aperte una novità potenzialmente rivoluzionaria o, più banalmente, non si sono individuati i reali bisogni dei consumatori.
Sbagliare si può, sembra volerci dire lo psicologo creatore del Museo del Fallimento svedese, anzi a volte un imprenditore deve passare attraverso il fallimento. Per trovare la forza di diventare più grande.
D’altra parte a Helsingborg sembra ci sia posto davvero per molti nomi, in un affascinante ed educativo viaggio tra i prodotti che i consumatori hanno voluto dimenticare.

 

 

Lo sapevate, per esempio, che la Coca Cola lanciò negli anni Ottanta una nuova bevanda al gusto di caffè chiamata Coca-Cola BlāK? No? Ecco, appunto. L’insuccesso fu così clamoroso che la bibita rimase in commercio per pochissimo tempo. Praticamente una meteora.
E se anche la Apple prima di diventare l’indiscussa dominatrice del mercato degli smartphone con il suo ambitissimo iPhone avesse intascato qualche flop? Fu così con Newton, il primo palmare prodotto dall'azienda nel 1993, un prodotto rivoluzionario per l’epoca che pure ebbe un’accoglienza decisamente gelida e che lo stesso Steve Jobs liquidò malamente nel 1997. Forse i tempi non erano maturi e, infatti, bisognerà aspettare il 2010 per l’arrivo di un grande successo di nome iPad.
Anche Google si è vista spalancare le porte del Museo del Fallimento. Tutta colpa dei Google Glass, gli innovativi occhiali a realtà aumentata frutto di un progetto visionario al quale l’azienda di Mountain View credette moltissimo, salvo poi ritirarli dal mercato alla velocità della luce.
Per non parlare di Kodak che fu la prima, nel 1995, a proporre la prima fotocamera digitale, la DC40, tentando di anticipare la concorrenza nel superamento della fotografia tradizionale su pellicola. Peccato che poi si decise di non investire risorse e danaro in questa fortunata intuizione, che di lì a poco avrebbe fatto il boom. Un errore fatale, che ha causato il fallimento dell’azienda.
Certo, al Museo del Fallimento svedese sono esposti anche prodotti che, onestamente, non ci si stupisce non abbiano riscosso alcun successo. Vogliamo parlare, per esempio, delle Beef Lasagne surgelate firmate… Colgate? Ma non facevano dentifrici e colluttori?

 

 

O del Twitter Peek, un piccolo dispositivo simile a un Blackberry nato esclusivamente per twittare. Un limite impensabile: era il 2009 e il primo iPhone era già in commercio da due anni!
La lista di fallimenti grandi e piccoli è ancora lunga al Museo del Fallimento. Ma non ci si scoraggia. D’altronde, lo dicevano anche le nostre nonne: sbagliando si impara. Non è senza stile chi sbaglia, aggiungiamo noi, ma chi non rischia.

 

 

 

 

 

 

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