"Sciamenescià" di Carlos Solito, Elliot edizioni

Sciamenescià è un'esortazione dialettale che invita ad andare, a correre, a sbrigarsi.

 Come titolo del suo romanzo, Carlos Solito sceglie proprio questa esclamazione, sottolineando il paradosso di un luogo dove tutto è rimasto fermo.

Quel luogo è la Puglia di El Paiso, villaggio immaginario il cui nome ricorda sintomaticamente El Paso, in Messico, a cui lo accomuna il silenzio del meriggio e l'aridità della terra tutt'intorno, ma anche, semplicemente, pais, che in dialetto pugliese significa, ovviamente, "paese", con la conseguenza di assurgere a paese simbolico di un Meridione statico e immutato nel tempo. Non è la Puglia del grande turismo estivo questa, ma "un luogo lento dove si respira piano, dove la gente veste senza regole, scrive poesie, parla con la luna, fa granite col latte di mandorla e va sul mare a piangere."

Il romanzo è particolarmente riuscito nel suo intento di trasmettere la sensazione di trovarsi alla periferia del mondo, l'alienazione legata all'isolamento, la miseria, il desiderio di evadere attraverso il viaggio o la droga.

"Il siderurgico, l'ILVA, la ciminiera, le polveri" sono quasi in ogni pagina, una presenza costante come un gigante cattivo, il proprio mostro regionale, la genesi del male. Eppure, Sciamenescià non nasconde un forte attaccamento alla propria terra, a questa Puglia che torna in ogni metafora, come nella pelle tatuata di una ragazza che è "color delle olive", quale altro, se non quello del tipico frutto regionale.

Non tutti lo sanno (altrimenti l'editoria non conoscerebbe crisi), ma leggere un buon romanzo è uno dei modi più belli e semplici di viaggiare. Anche per questo Sciamenescià è un bel romanzo, perché capace di trasportare il lettore all'interno delle storie, anzi delle vite narrate, accanto a James, Lauro, Liberato, Paola, Teseo, Remo e Il Biondo, in quella piazza assolata dove ogni alito di vento solleva polvere di tufo bianco, fra la Murgia e il Mediterraneo.

Colpisce nel romanzo un uso dell'ortografia personale, ispirato al linguaggio parlato, concitato, rapido; associato a una lingua volutamente ridondante, ripetitiva, con sinonimi accostati, come per insistere su ogni pensiero, che diventa ossessione per i personaggi del libro.
Non scrivo storie, ma vite è l'epigrafe da Plutarco, e infatti anche quelle contenute in questo romanzo più che trame sono spaccati d'esistenza, segmenti di vite e sprazzi di umanità, fotografia di persone nel loro ambiente e nelle loro attività quotidiane.
Ma così come la vita non cessa di esistere se si distoglie lo sguardo, anche le vite narrate in Sciamenescià non si esauriscono nel loro racconto, ma confluiscono nel capitolo successivo con un dettaglio, un incontro, il passaggio di un'auto, fino a quando, nella scena finale del romanzo, tutto si ricongiunge.

Romanzo corale dallo stile visionario e dolente, Sciamenescià non solo asserisce l'amore di un globetrotter di successo per la sua terra d'origine, la Puglia, ma comunica un'insospettabile pietà nei confronti del genere umano, quella pietà che accomuna i saggi, i santi e i grandi scrittori.

Angela Langone

 

 

 

 

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