Borsalino, la storia del cappello diventato un mito

Icona di stile ed eleganza, il cappello Borsalino è un mito senza tempo del mondo della moda: simbolo del made in Italy di lusso, è il risultato di un sogno costruito con tenacia e genialità.

 

 

Il Borsalino, il cappello di feltro da uomo (che piace tanto alle donne) non è mai passato di moda, nonostante le sue origini ottocentesche.
Il cappello da uomo più famoso nel mondo, infatti, porta il nome del suo creatore, Giuseppe Borsalino, piemontese, classe 1834.
E sì che Giuseppe non amava portare i cappelli: diceva che gli impedivano di pensare. “Da grande” avrebbe voluto fare la guida alpina ma, lavoratore com’era, andò in Francia come garzone nel cappellificio Berteil in Rue du Temple a Parigi. Dopo sette anni ottenne la qualifica di Mastro Cappellaio e decise di tornare a tentar la sorte in Italia.
Con la prestigiosa qualifica in tasca, una buona dose di fortuna e lungimiranza imprenditoriale, “u siur Pipen”, così come veniva chiamato, aprì il suo primo laboratorio ad Alessandria, sua città natale, in un cortile di via Schiavina, insieme al fratello Lazzaro.

Era nato un mito. In poco tempo, l’intraprendenza, la bravura artigianale e la capacità di Giuseppe Borsalino di anticipare i gusti e le mode del tempo trasformarono il piccolo laboratorio in un’azienda conosciuta e apprezzata persino in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove i cappelli Borsalino fecero concorrenza ai celebri copricapi della John B. Stetson Company.
Il cappello Borsalino fu subito amato per l’alta qualità delle materie prime con le quali era realizzato: feltro di pelo di coniglio ottenuto da allevamenti locali, una lavorazione meticolosa che alternava fasi meccaniche e manuali per un risultato senza imperfezioni ma profondamente artigianale. Una passione per il made in Italy di stile, che rimase alla base dell’azienda anche quando questa fu venduta dalla famiglia Borsalino a un gruppo di imprenditori astigiani.

 

Ancora oggi per realizzare un Borsalino originale ci vogliono sette settimane di lavoro: il processo produttivo, infatti, è quello che segna l’unicità del prodotto Borsalino, realizzato ancora oggi in feltro di pelo fine (coniglio, lepre, garenne) attraverso cinquanta passaggi. Un processo ormai stabilizzato che si è tramandato di generazione in generazione il cui segreto è dato dalla rigorosa sequenza produttiva in cui si alternano passaggi in macchina e interventi e fermi manuali, che determinano la qualità e il controllo del prodotto finito.

Se la storia del cappello Borsalino è un bell’esempio di spirito imprenditoriale italiano, a trasformare il copricapo piemontese in un vero e proprio oggetto di culto, in un mito maschile senza tempo, ci ha pensato Hollywood.
Senza l’ombra della falda del Borsalino indossato da Ingrid Bergman e Humphrey Bogart in “Casablanca” (1943) la scena conclusiva sarebbe stata carica dello stesso pathos?

 

 

Nei gangster-movie americani (ricordate Robert de Niro ne “Gli Intoccabili”) non può mancare un Borsalino sulla testa dei boss. E non si può dimenticare “Borsalino”, il film del 1970 interpretato da Alain Delon e Jean-Paul Belmondo, che deve il suo titolo al cappello alessandrino.
Copricapo amatissimo da uomini e donne di potere, tra gli estimatori del Borsalino ci furono personaggi del calibro di Winston Churchill, Mussolini, Harry Truman e Pancho Villa, Gabriele D’Annunzio, Ernest Hemingway e, più di recente, gli attori Johnny Depp, Leonardo Di Caprio e John Malkovich, la super top Kate Moss, Al Capone e gli industriali Gianni Agnelli e Luca Cordero di Montezemolo.

 

 

 

 

 

 

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