La vita agra, un libro da leggere e rileggere

Nel 1962 fece la sua comparsa nelle librerie italiane un titolo profetico, La vita agra di Luciano Bianciardi, capace di prevedere, con mezzo secolo di anticipo, l’Italia di oggi.

È un libro che dovrebbe rientrare di diritto nei programmi scolastici e che invece pochi conoscono e ancora meno leggono. In tempi di grande entusiasmo, ha prefigurato i temi che progressivamente hanno preso piede nella nostra società: la crisi economica e di valori, il precariato, lo sfruttamento del lavoro intellettuale.
All’epoca il successo fu fulmineo. Dopo solo una settimana dall’uscita, sulla gloriosa terza pagina del Corriere della Sera spuntò l’elzeviro di Indro Montanelli, Un anarchico a Milano, che si concludeva così: “La vita agra è uno dei libri più vivi, più stupefacenti, più pittoreschi che abbia letto in questi ultimi anni”. Pochi giorni e la prima edizione andò esaurita, i giornali si riempirono di recensioni e interviste all’autore. Ma col trascorrere degli anni il libro venne dimenticato, o meglio si trasformò in uno di quei titoli di culto che, per timore, tengono lontani la gran parte dei lettori.
Nel suo capolavoro, Bianciardi rilegge (non oggi ma allora, quando tutti inneggiavano al miracolo) con ironica spietatezza e freschezza intuitiva l’Italia del boom economico, portando in luce l’altro lato della medaglia. Il rovescio dell’eccitante crescita del Pil è una realtà disumana e insostenibile, di cui oggi possiamo scorgere appieno tutte le debolezze.

Bianciardi si scagliava con lucidità contro le fiacche di un miracolo economico che già inneggiava a un consumismo esacerbato. Qualche decennio dopo siamo rimasti tutti schiacciati dal passo marziale dell’accelerazione senza freni. A questo falso mito si sono accodati molti economisti di fama. Alcuni di loro, come abili Gattopardi, oggi indossano i panni del salvatore. Prima ci hanno somministrato la bontà di una crescita illimitata, poi quella della globalizzazione. E intanto hanno fatto fuori il lavoro creativo e romantico del piccolo imprenditore e la dignità dei lavoratori.
Spiegava Bianciardi che il consumismo qualcosa, e qualcuno, finirà pure per consumarlo: infatti è stata una progressiva, inesorabile erosione di tradizioni, valori e garanzie sociali.
Oggi la vera rivoluzione sta nelle piccole isole di dissidenti, che man mano accolgono gli imprenditori e i lavoratori “pentiti”. Sono queste aziende, alla stregua di moderne comunità di pensiero, che possono ridare decoro alla nostra economia sociale. Dopo oltre cinquant’anni è il momento di comprendere che dobbiamo tornare a nutrirci dei frutti autentici del nostro lavoro. Per evitare che il lavoro si nutra dei nostri migliori anni.

 

Michele Mauri
Dal blog Alternativa Nomade 

 

 

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